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    De.licio.us

    OGGI: cambio casa

    di francescogallo (02/08/2004 - 00:06)

    E alla fine ho deciso di cambiare casa!

    Cliccate qui e saprete tutto!

    Ciao!

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    OGGI: ecccomi di nuovo!

    di francescogallo (01/08/2004 - 09:09)

    Eccomi di ritorno.

    Le vacanze sono andate più che bene.

    Adesso controllo gli altri blog, e la posta, e mi rimetto subito all'opera.

    Dite la verità, non aspettate altro, vero?

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    OGGI (domani mattina presto): si parte!

    di francescogallo (23/07/2004 - 22:42)

    Ebbene sì. Anch'io vado in vacanza. Non l'avreste mai detto, vero?

    E, precisamente, qui

    Reservation HOTEL CLUB SANGRILA FUSCALDO hotel

    Spero di divertirmi e di rilassarmi e beh, le solite banalità.

    Tornerò sabato 31. Si spera, nel pomeriggio.

    Arrivederci a tutti (e, ai quanti andranno in vacanza pure loro -- mentre io, oramai abbondantemente abbronzato, starò lì a decidere se giocare a tennis o se tuffarmi-a-palla-di-cannone in piscina o, meglio ancora, a non far proprio niente -- auguro anche a loro buone vacanze!)! E chi invece rimarrà a casa? Giusto. Tocca pensare anche a loro. Beh, auguro loro ogni genere di bene.

    Ciao!

    P.S.

    Al ritorno ci sarà una sorpresa. Ma, al momento, preferisco non dirvi niente.

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    OGGI: stato d'animo

    di francescogallo (22/07/2004 - 21:51)

    Adesso.

    Un rumore.

    Nella mia testa.

    Come se fossi tutto un bicchiere. Enorme. Capienza tipo un milione di cubi o quadretti centilitri d'acqua (o come si dice).

    Schhhhhhhhhhhhh.

    Così.

    Come se dentro di me, dentro al bicchiere, avessero gettato una gigantesca compressa di SUPRADIN. Volume tipo un milione eccetera.

    Schhhhhhhhhhhhh...

    Bollicine. 

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    OGGI: storie di bacchette cinesi

    di francescogallo (22/07/2004 - 12:12)

    Ieri sera: fatto baldoria.

    Vado a letto che è mezzanotte passata, quasi l'una. Accendo la tivù. Cerco qualche telegiornale flash o magari una rassegna stampa (di solito guardo quella su raitre, di solito con Maria Cuffaro). Niente. Non riesco a prendere sonno (più tardi invece mi addormenterò e farò un sogno: dal balcone della mia stanza, in alto, in cielo, osserverò delle strane luci. Mi affaccerò meglio e vedrò che da alcuni nuvoloni neri-bluscuri fanno capolino strane luci che dapprima sembreranno "semplici" comete o palle spaziali o, meglio ancora, meteoriti -- che però procedono orizzontalmente -- e poi, invece, m'accorgerò essere delle vere e proprie navicelle spaziali -- proprio a forma di disco, e proprio oscillanti, e proprio con gli oblò e ci manca solo ET che faccia ciao con la mano e quel suo dito/torcia elettrica e la piccola Drew Berrymore che chi se lo immaginava sarebbe diventata così carina --. Allora, speventato all'idea di essere solo dinanzi a quel fenomeno incredibile, mi metterò ad urlare a squarciagola per attirare l'attenzione, e correrò in cucina a chiamare mio padre -- mio padre che è, tra l'altro, un grande appassionato di fantascienza diciamo così, filmica --. E mio padre accorrerà. Ma mio padre non farà in tempo. E, a quel punto, nel cielo non ci sarà più niente. Ma, quel che è peggio, è che lui -- mio padre -- si accorgerà che quelle che probabilmente avevo visto in cielo non erano astronavi provenienti da un altro pianeta, tantomeno un insolito fenomeno atmosferico, ma le proiezioni luminose di un giocattolo -- nel sogno vedrò perfettamente il giocattolo: ha la forma di una trottola per bambini, di quelle che se le facevi andare veloci all'interno si dischiudeva un fiore di plastica e dentro appariva un'ape, mi sembra -- con il quale le figlie del signore che abita al piano sotto da me stavano giocando in quel momento -- all'una di notte?!?. E fine del sogno). Dunque, scrivevo che ieri sera non riuscivo a dormire. E allora mi sono ricordato che qualche ora prima, prima che iniziasse la baldoria vera e propria, un mio amico mi aveva regalato un libro che lui stesso aveva comprato insieme ad altri ma s'era dimentico di averlo già. Lo tengo nello zaino (io vado sempre in giro con uno zaino sulle spalle). Lo prendo. E' ben impacchettato. Allora mi inginocchio sul letto e do il via alle macchinose operazioni per liberarlo. Di solito ci riesco grazie alle miei unghie (non sono uno di quelle che se le mangia). Ma questa volta niente da fare: le ho tagliate da poco. Provo con i denti. No, perchè ho paura di farmi male (già mi è successo, tra l'altro). Vedo che su un lato c'è un minuscolo forellino. Potrei infilarci un dito e poi strappare. Ma che. Non le mie dita (parecchio grandi e cicciotte). A questo punto: la brillante idea. Apro il cassetto di fianco al letto. Mi dico: qua dentro troverò sicuramente qualcosa che farà al caso mio. Cerco, frugo, ravano. Niente. Servirebbe una chiave. Magari un tagliaunghie. Solo cavi elettrici (anche quello del basso di mio fratello: mai suonato, per mia fortuna), carica batterie del cellulare, una vecchia foto scolastica... TA DAM!!! Ecco! Una bacchetta del ristorante cinese! Là, sistemata in fondo in fondo, sola soletta. La afferro. Valuto le dimensioni della punta (mi sa che può andare). La infilo nel buchetto dell'involucro. Ci va? Ci va. Allora entro, penetro, allargo, ruoto, divarico e infine squarcio. Faccio il resto con le mani. Quando resto con il libro "liberato", lo sfoglio un po', lo guardo, cerco un indice (non c'è). E' piuttosto breve. Magari lo leggerò sabato, in treno [venerdì sera saprete di cosa sto parlando]. Sì, farò così. Metto da parte il libro. Spengo la tivù. Al buio, mi rigiro la bacchetta del ristorante cinese tra le dita come a volte fanno i batteristi durante i concerti. Un paio di minuti dopo, m'addormento. Questa mattina, al risveglio, non ho trovato più la bacchetta. Chissà, magari Drew Barrymore è entrata nella mia stanza e se l'è portata via.

    Seee...

    Come no.

    Sogna Francesco.

    Sogna.

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    OGGI: finalmente!

    di francescogallo (20/07/2004 - 00:07)

    Intanto, per adesso, ho proveduto a cambiare carattere di scrittura (fatemi sapere).

    E un'altra cosa: se ho potuto fare tutto questo questa sera (adesso notte) è solo perchè il mio caro fratello è qui, in questo momento, a bighellonare felice, con quegli strani esseri (e c'ho anche un cugino quasi fraterno) che lui chiama amici (per non parlare dei miei, quei pochi, in carne e ossa) per una di queste strasse (dico bene?), in cerca di una casa e di tanto, tanto divertimento...

    Un saluto, e gli auguro di tornare quanto pri...

    Beh, sì, insomma, come si usa dire.

    Quanto pri...

    Ma è così bello avere la camera tutta per me!

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    OGGI: quotidiani

    di francescogallo (19/07/2004 - 22:26)

    Da LaRepubblica
    DOMENICA 18 LUGLIO 2004

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    Le immense riserve unica risorsa

    BOLIVIA AL VOTO
    SUL FUTURO DEL GAS

    LA PAZ -- Quattro milioni e mezzo di boliviani sono chiamati oggi alle urne per decidere il futuro dell'unica, straordinaria, risorsa del più povero tra i paesi del Sudamerca: il gas naturale. Il presidente, Carlos Mesa, spera di ottenere il consenso popolare (50 percento più uno dei voti) per rinegoziare i contratti con le multinazionali (Total, Mobil, Repsol) che hanno già investito miliardi nei porgetti di commercializzazione. Le opposizioni, in particolare i movimenti legati agli indios quechua e aymara, si abbattono invece per il boicottaggio e chiedono la nazionalizzazione dell'estrazione del gas. Un altro motivo di scontro è il progetto di gasdotto che, per raggiungere Messico e California, deve passare per il Cile, nemico storico della Bolivia.

    -----------------------------------------

    "BLOCCATE L'ESUMAZIONE DI
    LEOPARDI"
    SOS DEL GOVERNATORE
    DELLE MARCHE A URBANI

    ROMA -- Bloccare l'esumazione di Leopardi: lo chiede in un telegramma al ministro Urbani il presidente delle Marche, D'Ambrosio. A proporre l'esumazione del poeta sono stati un'archeologa tedesca e l'autore Rai Silvano Vinceti, già promotore del recupero dei resti di Matteo Maria Boiardo. Proposta accolta con sfavore dal Centro studi leopardiani e dai discendenti del poeta. Che fra l'altro, morto a Napoli durante un'epidemia di colera, quasi sicuramente non fu sepolto nell'attuale tomba monumentale, ma in una fossa comune. Il soprintendente ai beni Culturali di Napoli smentisce di aver firmato l'autorizzazione, che comunque non è sua competenza.

    -----------------------------------------

    "E' VIETATO IMPEDIRE
    ALLA MOGLIE DI TRUCCARSI"

    ROMA -- Il marito non può impedire alla moglie di esprimere la propria femminilità, vietandole di truccarsi e di vestirsi secondo le sue scelte. Lo ha deciso la Corte di Cassazione che ha confermato la condanna per "maltrattamenti" ad un marito triestino, D.C., che vietava alla moglie "di truccarsi, di vestirsi e di pettinarsi secondo il suo gusto". Un comportamento da "padrone" che veniva applicato anche alle pulizie di casa: la consorte, infatti, sotto "ingiurie" veniva obbligata ad affettuare le faccende domestiche secondo quanto deciso dal marito". Stando a quanto stabilito dalla sesta sezione penale della Suprema Corte, un comportamento di questo tipo costituisce una vera e propria forma di "maltrattamento" punibile in sede penale. Il marito triestino è stato condannato a pagare 500 euro alla cassa delle ammende.

    -----------------------------------------

    MILANO, RAPINA GIOIELLERIA
    E FUGGE CON UN OSTAGGIO

    MILANO -- Terrore ieri mattina, nell'affollata strada di Milano consacrata allo shopping e ai saldi: corso Buenos Aires. Un rapinatore solitario, pistola in pugno, ha assaltato una gioielleria e ha ammanettato e derubato l'artefice, un uomo di 40 anni. Poi, inseguito dal negoziante, con le mani bloccate dietro la schiena e con la forza di gridare aiuto, per due volte ha tentato di sparargli addosso in mezzo alla gente, facendo cilecca solo perchè i proiettile erano umidi o vecchi. Infine il bandito è saltato al volo sulla macchina di un idraulico di passaggio e ha costretto l'artigiano, tenuto sotto tiro, ad allontanarsi velocemente dalla zona. L'ostaggio è stato liberato dopo un paio di chilometri, il bandito ha continuato la fuga a piedi ed è riuscito a sottrarsi alle ricerche di polizia e carabinieri. Terrorizzati i testimoni. Una parrucchiera e altre persone, sulla traiettoria del pistolero, si sono rifugiate in un hotel del quartiere. Il gioiellere, che dice di aver rincorso il rapinatore "per istinto", ha capito solo dopo di essere vivo per miracolo.

    ------------------------------------------

    Cosa prendeva Proust a colazione? Prima che la sua malattia si aggravasse, due tazze di caffè forte con un po' di latte, servite in una caffettiera d'argento con incise le sue iniziali. Gli piaceva che il caffè fosse ben pigiato nel filtro e che l'acqua passasse goccia a goccia. Mangiava anche un croissant, che la sua cameriera [Céleste Albert, se non sbaglio... Ndfg] andava a prendere in una panetteria dove sapevano proprio come farli croccanti e burrosi, e che egli inzuppava nel caffè mentre dava un'occhiata alla posta e leggeva il giornale.

    Le opinioni di Proust sull'argomento erano piuttosto complesse. Per quanto insolito, il tentativo di comprimere i sette volumi di un romanzo [il suo... la recherche. ndfg] in quindici secondi non è nemmeno paragonabile alla concentrazione delle storie che si riscontra nella pagina di un quotidiano. Storie che occuperebbero comodamente venti volumi si vedono ridotte nello spazio striminzito di qualche colonna, in una lotta senza quartiere per attirare l'attenzione del lettore con una moltitudine di drammi che se un tempo potevano essere a forti tinte, ora sono grigi e sbiaditi. Ah, "quell'atto abominevole e voluttoso definito leggere il giornale", scrisse Proust, "grazie al quale tutte le sciagure e i cataclismi dell'universo avvenuti nelle ultime ventiquattr'ore, le battaglie che hanno costato la vita a cinquantamila uomini, i delitti, gli sciperi, i fallimenti, gl'incendi, gli avvelenamenti, i suicidi, i divorzi, le crudeli emozioni dell'uomo politico o dell'attore, trasmutati per nostro uso personale, per noi che non siamo neanche interessati, in un dono mattutino, si associano in modo eccellente, in modo particolarmente eccitante e tonico all'ingestione raccomandata di qualche sorso di caffellatte!"

    Perciò, non dovrebbe sorprenderci la facilità con cui il pensiero di un altro sorso di caffè può distrarci dal nostro tentativo di considerare con la necessaria attenzione quelle pagine così fittamente coperte di minuscoli caratteri, e forse adesso anche di briciole. Più un racconto è concentrato, meno ci sembra meritare lo spazio che gli è stato assegnato. Com'è facile immaginare che oggi non sia accaduto assolutamente niente, dimenticare i cinquantamila morti in guerra, sospirare, gettare il giornale da una parte e sentire una leggera ondata di malinconia per la noia della routine quotidiana.

    Proust vedeva la questione in una maniera un po' diversa. Un'intera filosofia, non solo di lettura ma di vita, emerge dall'osservazione fugace di Lucien Daudet [amico e amante di Proust. ndgf], quando ci informa che

    [Proust] leggeva i giornali con grande attenzione, non trascurava neanche i fatti di cronaca. Un fatto di cronaca raccontato da lui poteva diventare un romanzo a sfondo tragico o comico grazie alla sua immaginazione e alla sua fantasia.

    I fatti di cronaca su Le Figaro, il quotidiano che leggeva Proust, non erano per i deboli di cuore. Una certa mattina del maggio del 1914, i lettori sarebbero stati deliziati da alcune delle seguenti notizie:

    A Villeurbanne, a un incrocia affollato, un cavallo è saltato nella vettura posteriore di un tram buttando a terra tutti i passeggeri, di cui tre, seriamente feriti, sono stati ricoverati in ospedale.

    Mentre mostrava a un amico il funzionamento di una centrale elettrica ad Aube, Marcel Peigny ha messo un dito su un cavo dell'alta tensione restando immediatamente fulminato.

    Jules Renard, insegnante, si è suicidato ieri in metropolitana, alla stazione Répubblique, con un colpo di pistola al petto. Renard soffriva di una malattia incurabile.

    In che tipo di romanzi tragici o comici si sarebbero trasformate queste notizie? Jules renard? Un insegnante di chimica asmatico e infelicemente sposato, impiegato presso una scuola femminile della Rive Gauche, a cui è stato diagnosticato un tumore al colon: echi di Balzac, Dostoevskij e Zola. Marcel Peigny fulminato? Ucciso mentre voleva impressionare un amico con la sua esperienza in impianti elettrici per incoraggiare un'unione tra suo figlio dal labbro leporino, Serge, e la figlia del suo amico, Mathilde, che non ha nemmeno il busto ortopedico. E il cavallo a Villeurbanne? Una capriola nel tram provocata da nostalgia per una carriera di salto agli ostacoli, o per vendetta contro l'omnibus che aveva di recente ucciso sulla piazza del mercato un suo fratello poi ridotto a bistecche: soggetto adattissimo a un romanzo d'appendice.

    (...) E forse molta letteratura e molto teatro si sarebbero rivelati assai meno avvincenti, o addirittura non ci avrebbero detto nulla, se il nostro primo incontro con l'argomento fosse avvenuto a colazione sotto forma di una notizia di cronaca.

    Tragica fine di due innamorati veronesi: credendo che la fidanzata fosse morta, un giovane si è tolto la vita. Scoperta la sorte del suo amante, la donna si è uccisa a sua volta.

    Russia: Problemi familiari inducono una giovane madre a gettarsi sotto un treno.

    Francia: Giovane madre si avvelena con l'arsenico e muore in una cittadina di provincia per problemi familiari.

    Ma la grandezza di Shakespeare, Tolstoj e Flaubert è tale che qualunque persona ragionevole non può non pensare che ci sia qualcosa di particolare in Romeo, Anna ed Emma, qualcosa che fa di loro dei personaggi adatti alla grande letteratura o a una rappresentazione al Globe, anche se mescolati con il cavallo che fa le capriole a Villeurbane e al Marcel Peigny morto fulminato a Aube. Da qui l'affermazione di Proust che la grandezza delle opere d'arte non ha niente a che fare con la maggiore o minore originalità del soggetto, ma dipende interamente da come quel soggetto viene trattato. Di conseguenza, tutto è potenzialmente un soggetto adatto per l'arte e possiamo fare scoperte interessati nei Pensieri di Pascla come in una pubblicità per il sapone.

    Tratto da:

    Alain de Botton
    "Come Proust può cambiarvi la vita"
    Guanda

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    OGGI: presto lavori in corso...

    di francescogallo (19/07/2004 - 22:24)

    Ehm, scusate?

    Volevo solo avvertirvi che in questi giorni cercherò di rendere il mio blog può personale al livello grafico.

    Non so cosa ne verrà fuori, intanto, però, io ci provo.

    A presto!

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    OGGI: festa

    di francescogallo (18/07/2004 - 21:49)

    Io?
    Volete davvero sapere chi sono io?
    Niente di più semplice.

    Io sono quello -- vi faccio un esempio, così lo capite al volo, chi sono io -- io sono quello che, quando va alle feste -- di solito alle feste degli altri, degli amici, dei cugini più grandi, dei parenti alla lontana (i migliori... sono sempre i migliori) perchè, da solo, le feste non le ha mai date -- e, in un punto ben preciso della serata (se le feste sono organizzate alla sera, il tutto avviene durante un punto ben preciso della serata, o, altrimenti, se le feste sono organizzare durante il giorno, il tutto avviene durante un punto ben preciso della giornata), quando gran parte delle presentazioni sono state fatte -- e tu hai, quasi (ma solo per un attimo), l'assoluta certezza che i nomi di queste persone, di tutte queste persone che ti hanno, tutte insieme, adocchiate in centinaia di modi diversi, mentre facevi il tuo ingresso nella stanza con il tavolo pieno di tovagliolini -- di solito sono colorati: giallo canarino, rosa pastello, rosa mestruo (!!!) -- stretto le mani, o, meglio, la mano, in un centinaio di modi diversi, e, ancora, baciato sulle guance, nei modi più differenti (quasi quasi, ma sì, dài, ti viene voglia di distinguere, tra i partecipanti alla festa -- lo sai, per una di quelle tue stupide classifiche con cui metti il programma di excel alla prova --, quelli che ti hanno baciato prima sulla guancia sinistra e poi sulla destra e quelli che ti hanno baciato prima sulla guancia destra e poi sulla sinistra e, tanto ci sono sempre, quelli con cui, per un momento d'imbarazzo, sei rimasto sospeso a tu per tu, proprio di fronte, le labbra pericolosamente a pochi centimetri di distanza -- quando capita con i ragazzi! Gente: le feste alle scuole medie! Le migliori figuracce della mia vita... beh, quasi --), tutti i nomi di questa gente, dicevo, sei sicuro, ma solo per un attimo, lo ripeto, che te li ricorderai per tutta la tua vita (devi solo decidere se si tratta di una cosa positiva o negativa, in fin dei conti) e durante questo momento, quando la musica, manco a farlo apposta, si è appena fatta bella forte -- hanno appena messo su un pezzo dei RHCP -- e tutti che ti stanno intorno -- hanno formato, senza saperlo, una specie di semicerchio, e rimarrà l'unica cosa davvero notevole della serata -- parlano e parlano e parlano e ad un certo punto -- la canzone ha appena dato il via al suo assordante ritornello con le chitarre, i giri di basso e la batteria -- e tutte queste persone urlano come ossessi, e iniziano a non capirsi manco se parlassero tutti una lingua diversa, e si ripetono le cose manco fossero diventati dei rincoglioniti tutti in un botto, e allora io, io -- lo capite adesso che tipo sono io -- proprio a questo punto, mi accosto alla manopola del volume dello stereo -- devo ammetterlo: ho un fare un po' buffo, mentre lo faccio (o, forse, posseggo un fare un po' buffo sempre ) e rido, mentre lo faccio, e, poi, ebbene, sì, io lo abbasso, il volume, e mentre lo faccio tutti mi guardano, e mentre lo faccio dico anche Così, magari, se abbassiamo il volume, non siamo costretti ad urlarci, mentre parliamo.

    Ecco.
    Adesso sapete chi sono io.

    Come no.

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    OGGI: ma allora non si comporta come lo Scrittore della Domenica!

    di francescogallo (15/07/2004 - 17:43)

    Questa sì che è una notizia davvero elettrizzante!

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    OGGI: un (impossibile) regalo per un'amica

    di francescogallo (14/07/2004 - 22:24)

    Quello che conta è il pensiero, vero?

    Manolo Blahnik, costano 400 dollari.

    Belle, vero?

    E grazie di tutto.

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    OGGI: in attesa di una risposta

    di francescogallo (14/07/2004 - 00:03)

    Su questo blog sta accadendo qualcosa di...

    qualcosa di...

    qualcosa di...

    qualcosa di.

    Ecco. Non so. La sera -- quando, di solito, mi connetto -- metto mano al mouse, e navigo, allegramente, di qua e di là. Apro, con il classico clic, il siparietto dei "preferiti" (vi piace l'espressione "separietto"?) e scorro, per ordine di importanza, i vari blog che orbitano nella blogosfera e che mi piace leggere, o frequentare, o... fate un po' voi.

    E, fin qua (ci crederete), niente di strano.

    La mia navigazione procede in maniera molto ordinata.

    Quando la mia navigazione procede in maniera molto ordinata.

    Ad esempio, quando la mia navigazione procede in maniera molto ordinata...

    (effetto sonoro da flashback)

    L'altra sera, ad esempio, mi sono letteralmente "cecato" (vi piace l'espressione "cecato"?) a leggere un articolo, uscito su I MISERABILI, scritto da Francesco Piccolo su Aldo Busi...

    A questo punto, su Busi, occorrerebbe aprire -- ma che dico aprire, di più -- occorrerebbe SPALANCARE una parentesi grande come... come... non so, fate un po' voi (basta che sia davvero grande, però)

    su Aldo Busi, dicevo -- che io considero "IL PIU' GRANDE SCRITTORE ITALIANO DI TUTTI I TEMPI (E DI TUTTE LE GALASSIE, VISTO CHE CI SONO)" e senza averne letto nemmeno una pagina, badate -- c'era questo articolo di Francesco Piccolo che mi piaceva davvero molto, e allora sono andato fino in fondo a leggerlo, a sviscerarlo (nei limiti). E allora succede che, appunto, mi sono cecato.

    Chissà come mi rimproverà, il mio buon ottico, quando andrò a controllo da lui.

    (Chissà quando poi... mi tocca fare un controllo sull'agenda. Buffo: fare un controllo per sapere quando andare a controllo... vi piace l'espressione "andare a controllo"?)

    Magari, per farmi un dispetto, invece di quelle tabelle con scritte quella strane parole tipo:

        A
       ZW
      FHY
    PKRJL

    mi farà leggere una tabella illuminata con su scritto:

          B
        AS
       TAI
      NTER
     NETAL
    LASERA!

    Eh? Come in quegli incubi che faccio.
    Strani.
    Orribilmente strani.
    Squali.
    Proprio così.
    Io sogno squali.
    Tigri, martello, e quello proprio cattivo, sì, il GRANDE SQUALO BIANCO.
    Ci combatto. L'affronto.
    E, per nascondermi (la lotta è davvero estenuante), spruzzo dal sedere, attraverso la gomma della muta che indosso -- ho tutto l'armamentario: pinne, maschere, bombole, erogatore, segnasub... --, galassie di diarrea marroncina (che produco in grosse quantità, assieme all'ADRENALINA, per la grande paura che provo in quegli attimi) che sortiscono l'effetto (orribile, invece, quest'espresssione, nevvero? Sortiscono. Meglio producono? Beh, oramai è tardi. Io, lo sapete, scrivo di fretta)... che sortiscono l'effetto, dicevo, di spaventare e mettere in fuga lo squalo (se è vero che hanno un fiuto superbo, la puzza delle mie feci disciolte nell'acqua salata e gelida dell'oceano li disgusterà oltre ogni modo).

    Sogni così.

    Quando mi capita di sentire quei tipi strani che stanno in tivù, quando qualcuno gli chiede se sognano e, se sognano, cosa sognavano, questi tipi strani che stanno in tivù, rispondono sempre che sognano di volare.

    Liberi.

    E felici.

    Io no.

    Io non ho mai sognato di volare.

    Una volta ho sognato di essere la Sfinge

    (questo è un sogno statico)

    e un'altra volta ho sognato di essere il cuoco personale del Papa

    che poi, quando gli portavo personalmente il dolce -- crostata di mele --, lui, il papa, si toglieva quella cosa che tiene sempre sulla testa -- cos'è?, la papalina, forse? Non so, sono molto ignorante, in materia -- sempre lui, il papa, si scioglieva i ricci capelli biondi -- improvvisamente Giovanni Paolo II aveva un casino di ricci capelli biondi sulla testa -- e con un gesto rapido si toglieva una specie di membrava plasticosa dalla faccia proprio come fa TOM CRUISE in MISSION:IMPOSSIBLE e lui, il papa, si rivelava essere quella bella topolona di Antonella Clerici!

    (questo, invece, è un sogno dinamico)

    Oppure sogno di essere...

    Ma no, niente.

    Non è vero.

    Io non sogno mai.

    Però i sogni son belli.

    Eh sì.

    Proprio belli.

    Ma si diceva che in questo blog sta accedendo qualcosa di.

    Allora.

    In questa prima metà del mese di Luglio ho letto:

    "Tuo Figlio"
    di Gian Mario Villanta
    "Il caso Vittorio"
    di Francesco Pacifico
    "Se non è proibito è obbligatorio"
    di Dave Eggers
    "Umiliati e offesi"
    di Fedor Dostoevskij
    (con questo suo bellissimo, seppur d'appendice, romanzo, ho inaugurato le mie letture dei romanzi dell'800)

    e alcuni racconti:

    "Il diario del soldato Acci"
    di Pier Vittorio Tondelli
    "La fede in Dio"
    di Giulio Mozzi (da "FICTION")
    "Del matrimonio"
    di Giulio Mozzi (da "FICTION")

    Domani (domani giovedì) andrò a Napoli e se saprò ricavare un po' di spazio dai vari impegni prenderò un altro romanzo di Dostoevskij.
    Lettrici e lettori del mio blog, voi quale mi consigliate?
    "I Demoni" o "L'idiota"?

    E adesso basta, me ne vado a nanna.

    Ciao a tutti!

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    OGGI: una foto che nasconde un profondo significato...

    di francescogallo (12/07/2004 - 22:36)

    (senza parole)

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    OGGI: me misero!

    di francescogallo (11/07/2004 - 01:10)

    Due cose che probabilmente non farò mai nella mia vita:

    uno)
    Inaugurare uno STEVE BUSCEMI FANS CLUB

    (è che la sera scorsa, venerdì, ho visto, con certi amici, GHOST WORLD, e STEVE, il grande STEVE, che in questo film/fumetto si chiama SEYMOUR, è entrato ancora di più nel mio cuore!)

    due)
    Bloccare il traffico di Manhattan con un cazzuto concerto rock

    (sapete: la gente accorsa in massa che sbraccia e urla come indiavolata e gli addetti alla sicurezza stradale a bordo dei loro pigri e oscillanti elicotteri che volteggiano sopra le nostre teste elettrizzate e non sanno proprio cosa dire senza dimenticare i poliziotti con le spalle larghe e le manette attaccate ai cinturoni insieme al manganello -- ops, sfollagente -- e alle bombolette accecanti e con quelle belle braccia muscolose e incrociate come indispettite sui pettorali e tutti indecisi sul da farsi proprio come pivellini e poi i fumi della metropolitana che fuoriescono dalle grate nei marciapiedi sollevandosi a mezz'aria quasi a impedire alle auto di circolare e il cielo azzurro che per un attimo si ingrigisce perchè una nuvola passa davanti al sole...)

    ATTENZIONE!!!

    LA LISTA POTREBBE CONTINUARE IN FUTURO!!!

    (SIETE AVVISATI)

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    OGGI: SACRAMENT

    di francescogallo (08/07/2004 - 22:56)

    Dunque.

    Se anche voi volete bene a questo ragazzo:

    e siete interessati a tutto quello che scrive (almeno fino al punto da comprare due volumi minimum fax insieme per aggiudicarvi questo), potreste dare un'occhiata a questo collegamento qui, su McSweeney's, per poter mettere, gratuitamente, le mani sulle aggiunte al suo secondo romanzo "Conoscerete la nostra velocità" (in americano, purtroppo).

    Non so niente riguardo ad una possibile traduzione in italiano (magari, per la prossima edizione di CNLNV nella PICCOLA BIBLIOTECA MONDADORI, ci si potrebbe fare un pensierino).

    Allora, che aspettate?
    Siete ancora lì?
    Veloci dovete essere!

    VE-LO-CI!!!

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    OGGI: inconscio

    di francescogallo (08/07/2004 - 12:15)

    Mi succede questa cosa.

    Questa mattina, abbastanza presto (presto, almeno, per i miei orari), dovevo fare una telefonata ad una persona importante (importante non in senso affettivo; importante in senso universitario).
    Prendo il telefono.
    Vado in una stanza della casa dove non c'è nessuno (quando telefono mi piace non avere nessuno intorno).
    Digito il numero.
    Aspetto che i vari bip una volta premuti i tasti la smettano di fare bip.
    Nel frattempo mi ripasso mentalmente la domanda che devo rivolgere a questa persona importante in senso universitario.
    Al terzo squillo mi risponde una voce. Femminile.
    "LaFeltrinelli buongiorno. Come posso aiutarla?"
    LaFeltrinelli?
    Ho chiamato LaFeltrinelli?
    Ma porca...
    Allora il numero non era quello...
    Mannaggia il...
    "Sì, buongiorno", faccio io.
    Non so come sbrigarmela.
    Potrei dire:
    "Guardi, mi dispiace, ho solo sbagliato numero, in realtà dovevo chiamare..."
    E invece dico:
    "Senta, chiamavo per... sì, avere informazioni riguardo ad un libro di narrativa..."
    Perchè dico così?
    Perchè, di solito, quando dico così, mi passano il reparto narrativa e mi mettono in attesa.
    E io a quel punto, una volta in attesa, avrei attaccavo la cornetta.
    Per non far perdere tempo a chi lavora...
    Voglio dire: da quando ho letto "Pausa Caffè" ho rispetto, e paura al tempo stesso, per i centralinisti e le centraliniste (e, di consequenza, per chiunque debba rispondere al telefono per lavoro).
    Ma non mi mettono in attesa.
    La voce femminile mi dice: "Dica pure".
    Fragato.
    E adesso?
    "Allora, cercavo l'ultimo libro di Jeffrey Deaver."
    "Un attimo che cerco..."
    Jeffrey Deaver.
    Jeffrey Deaver?!
    Ma come accidenti m'è venuto in mente Jeffrey Deaver?
    Assurdo!
    Non l'ho mai letto, non ho nessuno dei suoi libri in libreria, non mi piaccioni i gialli (tranne pochissime eccezioni) e il primo nome di un autore di libri di narrativa che mi viene in mente quando mi sforzo di farmelo venire in mente è Jeffrey Deaver?!
    "Non sa mica il titolo, mi scusi... è che ne abbiamo tanti..."
    E qui come me la svigno?
    Non conosco nessuno dei titoli dei libri di Jeffrey Deaver.
    "Veramente cercavo l'ultimo che è uscito..."
    Genio. Cerco l'ultimo che è uscito.
    Sono un genio e non lo sapevo.
    "Mmm, dunque..."
    "..."
    "Sì... giugno 2004: ..."
    La voce femminile mi dice il titolo.
    "Sì, proprio questo."
    "..."
    "Mi saprebbe dire il prezzo?"
    A questo punto, visto che mi trovo, recito fino in fondo.
    "19 euro."
    ('sti cazzi!)
    "Va bene..."
    "Va bene?"
    "Sì, grazie mille. E' stata molto gentile."
    "Si figuri."
    "Arrivederci."
    "Arrivederci."
    Metto giù.

    Domani ci riprovo.
    Appena sveglio chiamo LaFeltrinelli e sparo un nome di narrativa.
    Chissà che non scopra un autore importante.

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    OGGI: in forma minima, I

    di francescogallo (05/07/2004 - 23:15)

    Rosario.

    Per Rolling Stone, la ragazza più bella del mondo si chiama Rosario.

    Rosario.
    La ragazza più bella del mondo.
    Mmm...

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    OGGI: una "cosa" che ho scritto un paio di anni fa ed è rimasta non so quanto tempo nella pancia del mio computer...

    di francescogallo (04/07/2004 - 13:52)

    I miei amici alieni

    di Francesco Gallo

     

    1.

     

    Adesso però non iniziate a farvi strane idee. So bene che razza di espressioni vengono fuori quando uno tira in ballo gli “UFO”. Ebbene, sappiate che io non passo le notti sul terrazzo di casa ad osservare il cielo armato di telecamera; non scruto di sottecchi i miei genitori sospettando che qualcuno (o qualcosa), durante il sonno, li abbia sostituiti con delle copie perfette che, al contrario di quelli veri, vanno d’amore e d’accordo e si mostrano sempre premurosi nei miei confronti; non diffondo nel web criptici bollettini sulle cospirazioni governative firmandomi “Zero” “il Commerciante” o magari “Volpe”; non ho mai rinvenuto inspiegabili cicatrici dietro al collo o sui gomiti; non soffro di copiose perdite di sangue dal naso (né ne ho mai sofferto); non sono mai stato ospite del Maurizio Costanzo Show (come se non bastasse) e, tantomeno, degli alieni nanerottoli hanno mai ficcato una sonda spaziale su per il mio sedere per testarmi per qualche genere di esperimento tipo cavia da laboratorio.

    Quindi, per cortesia, non fatevi strane idee.

     

    2.

     

    Ma perché vi dico tutto questo? Innanzitutto perché il titolo di questo pezzo può effettivamente lasciare intendere un diretto coinvolgimento nella faccenda da parte dell’autore (punto primo). E poi perché questo articolo… ebbene sì, questo articolo (chiamiamolo così) tratterà di questo genere di argomenti (e di molto molto altro ancora) ma solo in maniera… come dire?, trasversale.

      E perché?

      Ma come perché?! Ma per spiegarvi quali sono i miei rapporti con i labili confini della realtà, per che altro allora? (Ma questa, in definitiva, potrebbe anche essere una di quelle cose che non v’interessa proprio niente niente, ed ecco che io allora la metto sul mio blog – si tratta di un articolo per il mio blog!!! – e buonanotte a tutti, allora.)

      Pertanto sì, lo confesso. In passato, diciamo verso i dodici, tredici anni (fino ai diciassette, almeno), sono stato un ufologo dilettante. Ovvero: mi occupavo di quella scienza (ma gli accademici più illustri, e gente – secondo me orribile – come Margherita Hack e Cecchi Paone, arriccerebbe il naso di fronte a questa definizione) che tratta di alieni, di astronavi, di impianti, di rapimenti e di UFO (acronimo che sta per U(nidentified) F(lyning) O(bject), ovvero Oggetto Volante Non Identificato (l’acronimo italiano, invece, orribile anch’esso come le persone sovracitate, è OVNI).

      In pratica: dischi spaziali.

      Più o meno a quell’età, come dicevo, girovagando nella mia videoteca di fiducia (che tuttora frequento, ma, di solito, noleggio tutt’altra roba), mi capitò di imbattermi in una vhs, una strana vhs che non avevo mai notato prima: sul frontespizio stava scritto U.F.O.; poi, in alto, c’era l’immagine, piccolina, della White House e, sotto l’immagine, un titolo: SEGRETO DI STATO.

      Incuriosito, mi sollevai sulle punte dei piedi e la tirai fuori dallo scaffale.

      Osservai bene la copertina. Presentava la stessa foto del frontespizio, solo più grande, con dei piccoli puntini di luce bianca che prima non avevo notato (potevano essere una decina, ad una prima occhiata). Una didascalia, che si riferiva alla foto, informava: 1952: FORMAZIONE DI UFO AVVISTATA SULLA CASA BIANCA.

      Il mio livello di curiosità crebbe a dismisura.

      E ancora: L’INCHIESTA: COSA NASCONDE IL GOVERNO USA? INCONTRI RAVVICINATI: PARLANO I TESTIMONI.

      Beh, a questo punto devo subito dirvi che noleggiai altra roba, quel giorno (e di tutt’altro genere), ma, mentre tornavo a casa, il mio pensiero era interamente rivolto a quella cassetta. Volevo guardarla al più presto perché volevo sapere subito di cosa trattava. Un vecchio film di fantascienza anni ‘50? Qualche episodio di un telefilm così sfigato da non passare in televisione?

      No.

      Si trattava nientemeno che di un documentario.

      All’interno di uno studio dal design fantascientifico (così come poteva essere inteso un design fantascientifico alla fine degli anni ’80), un conduttore dall’aria molto cordiale, con la zazzera bianca e con addosso bel vestito elegante, presentava certi strani filmati (molti erano poco chiari, sgranati, altri, invece, erano ben definiti) attraverso uno grosso schermo rettangolare che, almeno nelle intenzioni degli scenografi di quello studio dal design poco fantascientifico, doveva far pensare al quadro comandi di una nave spaziale. Ma oltre i filmati, c’erano anche delle interviste, fatte ad ospiti che venivano presentati nello studio (e, lasciatemelo dire, su delle sedie tanto aerodinamiche quanto scomode). Questi ospiti, a sentire loro, in una maniera o nell’altra, avevano avuto a che fare con il fenomeno UFO.

    3.

     

    Sappiate che in quei 75 minuti il sottoscritto varcò la soglia di un mondo che non avrei abbandonato tanto in fretta.

    In quei 75 minuti il sottoscritto vide ed ascoltò: testimonianze di protagonisti di autentici “incontri ravvicinati” (alcuni rivissuti sotto ipnosi, ascoltandone le registrazioni!); dossier riservati del governo USA: “Project Blue Book” e “Majestic 12”; la storia dell’UFO precipitato a Roswell, nel New Mexico, nel ’47 (con tanto di equipaggio!); le interviste (con le voci e i volti contraffatti) di due super agenti segreti – un certo Falcon e un certo Condor – che ricostruirono, grazie all’impiego della computer grafica, l’anatomia degli alieni (spiegando, tra l’altro, che LORO non mangiano carne, adorano la musica tibetana antica e sono ghiotti di gelato alla fragola); e poi visionai centinaia di foto e filmati, provenienti da ogni angolo del mondo (anche dall’Italia!).

     

    4.

     

    Ma cos’è che mi tenne inchiodato davanti al televisore a guardare tutta quella roba? Perché non liquidai il tutto definendolo “un’abbondante vagonata di stronzate”? Cosa mi spinse, invece, ad andare avanti? In primo luogo, il fatto che “il tutto” fosse presentato con una buona dose di scetticismo (il presentatore, poi, quello colla zazzera, sembrava addirittura diffidente), lasciandomi così libero di farmi un’idea abbastanza personale sull’argomento. E poi perché tutti gli intervistati (beh, tranne qualcuno…)  sembravano persone del tutto “normali”.

    Voglio dire: uno si immagina che chi parli di queste cose, in genere, occupi gran parte del suo tempo libero marciando seminudo davanti alla Casa Bianca con un cartello appeso al collo con su scritto “GET BACK, ELVIS” o “UFO: TAKE ME HOME”. Invece, in quella videocassetta che avevo scoperto, a rilasciare testimonianze c’erano scienziati, piloti d’aerei, militari, professori universitari...

    Alla fine mi dissi: va bene, forse il fenomeno esiste. Forse non proprio tutto è vero. In fin dei conti, l’universo è così grande. Però… però i rapimenti? Come la mettiamo con i rapimenti?

    Iniziai, per la prima volta, a fare i conti con la paranoia. A certi dubbi se ne aggiunsero altri che non facevano altro che formulare altri dubbi su quelli già esistenti. E il problema della vastità del fenomeno: se credo ad una cosa, devo poi credere a tutto (magari potevo anche accettare che da qualche parte, un paio di miliardi di anni luce lontano dalla TERRA sarebbero bastati, degli alieni sbruffoni gareggiassero tra di loro a bordo delle loro navicelle spaziali, ma, allo stesso modo, dovevo anche accettare la possibilità che quegli stessi alieni, una volta atterrati sul mio PIANETA, avessero mutilato, per qualche strano esperimento, centinaia di capi di bestiame tra cui un cavallo di nome “Snippy”?)? E quegli alieni poi? Quelli precipitati e fatti prigionieri dall’Esercito Degli Stati Uniti? Cioè, se anche questo era vero, voleva dire che... no, meglio non pensarci.

    Già, molto meglio non pensarci.

    E davvero non ci pensai più.

    Per cinque giorni.

    Perché quando tornai a restituire la cassetta alla videoteca il proprietario del videonoleggio mi disse: “Ti è piaciuta? Guarda che se ti è piaciuta puoi dare uno sguardo alle altre.”

    Alle altre?

    Proprio così.

    C’erano altre nove cassette: “RAPIMENTI”, “NON IDENTIFICATI”, “INTRUSI DAL CIELO”, “DOSSIER EUROPA”, “IL CONTATTO”, “SONO FRA NOI”, “L’ENIGMA MEIER”, “ROSWELL: LA VERITA’”, “LE PROVE”.

    Nel giro di una settimana le noleggiai tutte, e in pochi, intensi, e, come al solito, solitari pomeriggi, mi resi conto che quanto avevo visionato in “SEGRETO DI STATO” era solo la punta dell’iceberg!

    A quel punto, gli UFO divennero una vera e propria ossessione (così come le cospirazioni in generale).

     

    5.

     

    Guardavo quei filmati anche due, tre volte in un giorno. Mi formai una cultura vastissima.

    Volete che vi faccia degli esempi?

    Sapevo tutto circa i casi più famosi. Dall’ondata di avvistamenti avvenuta l’11 luglio 1991 a Città del Messico durante l’eclisse totale di sole (centinaia di persone dotate di macchine fotografiche e telecamere riunitesi per riprendere l’evento astronomico, “registrarono la più importante e imponente serie d’immagini di UFO a memoria d’uomo”) al caso “Guardian” (una puntigliosa inchiesta investigativa condotta dal C(entro) U(ufologico) N(azionale) sulla presunta veridicità di un filmato che riprenderebbe l’atterraggio di una nave spaziale nei pressi di Carp, Canada, sempre nel 1991); dall’UFO-Crash – oramai famosissimo – di Roswell, al caso del contattista più famoso del secolo (non Adamsky, quello era solo un impostore): Eduard “Billy” Meier (un innocuo agricoltore svizzero che, nel 1975, venne contattato da alcuni splendidi esseri umanoidi, provenienti dalla costellazione delle Pleiadi, affinché Meier potesse scattare, letteralmente, le più belle foto di UFO di sempre*). E ancora: dai macabri fenomeni di mutilazioni animali, (specialmente bovine ed equine), all’esistenza di una base segreta in Nevada, la famigerata BASE 51, dove (ma questa è una storia che viene, quasi comunemente, accettata) si sperimenterebbero aerei non convenzionali e velivoli extraterrestri; dalla storia, per me quasi toccante, dello scienziato Bob Lazar (il quale, da un giorno all’altro, vide scomparire la propria identità burocratica ad opera del Governo Americano molto probabilmente per aver rivelato, durante un’intervista rilasciata ad una televisione giapponese, dettagli Top Secret circa l’AREA 51), al primo caso “moderno” di rapimento (perpetrato, nel 1969, ai coniugi Barney e Betty Hill); dalla caccia all’UFO di Gulf Breeze, in Florida, con intere pattuglie della polizia ad inseguire “le luci nel cielo” sgattaiolando nel traffico cittadino, all’avvistamento del famoso UFO triangolare in Belgio (nel 1990); e tanti, tanti altri (non dimenticherò Italia – a parte il recentissimo, e sconvolgente, caso Caponi! –: dal filmato di Crosia (1987), alle tracce degli atterraggi di Luogosano e Cicciano!) E ancora…

    No no, va bene, la pianto, basta così…

    Per carità: non guardatemi con quelle facce…

    A questo punto, potete credermi, per il sottoscritto la questione non era più scetticismo sì/scetticismo no. Dopo quasi quindici ore di documentari, per me, gli UFO, erano una realtà.

    Punto e basta.

    Che vuoi stare a discutere?

     

    6.

     

    Tuttavia fino a quel punto il mio approccio all’argomento fu sempre di tipo nozionistico. Intendo che quei documentari e quelle inchieste che mi bombardavano di informazioni, non mi spiegavano che cosa accedeva ai testimoni di quegli incontri ravvicinati in termini di esperienze personali.

    Quali erano le sensazioni che costoro provavano quando si trovavano di fronte a quelle realtà provenienti da altri mondi? Come si faceva sentire quel senso di assoluta impotenza, di frustrazione, nonché riconsiderazione della propria sanità mentale? Come potevano sperare, queste persone, che… eccetera eccetera.

    Domande senza risposta.

    Le vhs, almeno su questo piano, non mi informavano (per farvela semplice: una cosa è vedere un bollettino di guerra, con le immagini in bianco e nero, e un’educata voce narrante che ci spiega cosa avviene – magari quella di Gianni Bisiach –, e un’altra è vedere, al cinema, lo sbarco del D-Day in “Salvate il soldato Ryan”).

    E così andò fino a quando, una sera dell’estate che seguì quel periodo, su alcune bancarelle di libri usati, intravidi la copertina di un libro di ufologia (famosissimo tra gli ufologi perché scritto da un testimone oculare).

    Quel libro si intitolava “Communion”.

    Era un’autobiografia, scritta da un certo Whitley Strieber, che ripercorreva i tragici eventi che capitarono alla sua famiglia (il special modo al capofamiglia) nei pressi del suo chalet in montagna.

    Quella sera stessa lessi il primo capitolo e, per qualche settimana, per la paura, smisi di dormire.

    Questo Strieber raccontava di come, durante la notte del [recuperare il libro e controllare date e luoghi] 19**, alcune creature aliene si introdussero in casa sua e lo rapirono.

    Molto probabilmente, la lettura più sconvolgente e angosciante che abbia mai affrontato (non si tratta, qui, di discutere dei meriti letterari del libro. La mia suggestione per l’argomento era pressoché totale).

    Ricordo che me ne stavo al letto, ogni notte, la luce gialla della lampada che proiettava sulle pareti l’ombra appuntita del libro che reggevo sul petto, trattenendo il respiro, e ripetendomi: non può essere vero, non può essere vero, non può essere vero…

    Il libro, diversamente dalle videocassette, era… come posso dire? Coinvolgente. Pieno di esperienza umana.

    Certe volte non riuscivo neanche a proseguire nella lettura.

    Allora mi alzavo, e andavo da mio padre o da mia madre (mio fratello era piccolo, all’epoca doveva avere circa 9, 10 anni e poi non volevo spaventarlo) e raccontavo loro quello che stavo leggendo.

    Loro, spaventati per me, mi suggerirono subito di smettere. Che, se mi spaventava così tanto, era meglio lasciar perdere…

    “Va bene”, dissi, non proprio convinto. E me ne tornai a letto.

    Solo che non riuscivo a prendere sonno. Mi giravo e rigiravo nel letto. A un certo punto fissai la copertina del libro.

    Non l’avessi mai fatto!

    Sopra c’era il disegno della testa “a goccia d’acqua rovesciata” (come si dice in “gergo”) di un alieno.

    L’alieno che aveva rapito Whitley Strieber.

    Sapete, quella brutta notte presi seriamente in considerazione la possibilità che potesse succedere anche a me. Di essere rapito, voglio dire.

    Così passai molte delle notti seguenti insonne, con gli occhi sbarrati, pregando che non fossi io, il prossimo. Che non mi rapissero. E così fissavo il soffitto, tremavo per ogni fruscio, ogni scricchiolio, ogni cigolio (aggiungete pure altri suoni che finiscono per –io che tanto vanno bene lo stesso).

    L’unica cosa che mi dava qualche speranza era sapere che su un campione di diecimila persone rapite nel mondo, solo il 3,4% erano ragazzi tra i 12 e 15 anni (ma, ad ogni modo, ero anche consapevole del fatto che nemmeno lo zero, zero zero periodico % di questi ragazzi aveva mai vissuto un’avventura come quella capitata ad un deficiente di dodici anni di nome Eliot, con un cane di nome Bruser incapace di afferrare un stupido frisbi al volo, e ricoverato in un centro studio NASA – per aver “saltato” circa 20 anni della sua vita – con un’infermiera carina come Sarah Jessica Parker che si occupa di lui**).

     

    7.

     

    Poi venne il 1995.

    Un anno cruciale per l’ufologia moderna.

    Un documentarista inglese, un certo Ray Santilli, annunciò, al mondo interno, di possedere due filmati, risalenti al 1947, e acquistati da un anziano cineoperatore americano la cui identità non è stata mai rivelata, che mostrerebbero le autopsie eseguite su due esseri alieni dalle chiare apparenze umanoidi.

    Si tratterebbe, nientemeno, dell’equipaggio dell’UFO precipitato a Roswell, nel New Mexico, proprio in quegli anni.

    Gran parte dei giornali, anche italiani, riportarono la notizia (da qualche parte conservo ancora l’articolo de “Il Mattino”).

    Per la prima volta da quando m’era presa questa fissazione, potevo svestire i panni dello sfigato/alienato e indossare quelli dell’Autorità-In-Materia fornendo informazioni, delucidazioni e dettagli (anche raccapriccianti, ai quanti me li avessero richiesti), trasformandomi, da quell’alienato cronico, insonne e con la fissa delle astronavi, in quell’alienato cronico (sempre insonne e sempre con la fissa delle astronavi) che almeno serviva a qualcosa se in giro si parlava di UFO (tra l’altro, in quel periodo, Italia Uno mandò in onda le prime serie di X-files e molti dei miei amici si divertirono non poco a chiamarmi Moulder e facendo di me una specie di fenomeno da baraccone).

    In quei giorni non mi perdevo un telegiornale e controllavo, meticolosamente, le trasmissioni di approfondimento in seconda e terza serata.

    In tutta quella marea di (dis) informazione, le uniche cose serie e professionali che ancora ricordo, furono: un’intervista seria, e non scettica (perché, diversamente dagli inizi, a quel punto non accettavo più lo scetticismo a proposito degli UFO), di Gianni Minoli fatta a colui che possiamo tranquillamente considerare il maggior esperto di ufologia a livello nazionale e internazionale: Roberto Pinotti (tra l’altro fondatore del CUN); e una trasmissione di ben tre puntate, “Misteri”, condotta da Lorenza Foschini, tutta dedicata al caso Roswell (mandò in onda le immagini dell’autopsia precedute da questa scritta:

     

    ATTENZIONE:

    IL SEGUENTE FILMATO

    MOSTRA SCENE DI UN’AUTOPSIA.

    SE NE SCONSIGLIA LA VISIONE AI BAMBINI

    E ALLE PERSONE IMPRESSIONABILI.)

     

    Ma come spesso accade alle notizie di fatti insoliti (oggi invece pare che questa sorte capiti anche alle notizie che insolite non dovrebbero essere), il clamore passò e di Roswell non si parlò più.

    Tutti gli ufologi – e io mi consideravo parte della categoria – erano da tempo in attesa di quella prova schiacciante che confermasse una volta e per sempre le loro oscure cospirazioni e invece… non c’erano più. Semplicemente, non facevano più ascolto.

    Mi parve allora che, come me, si ritirarono dentro se stessi.

     

    8.

     

    Fu da allora che iniziai a non seguire più l’ufologia.

    Ma gradualmente, come seguendo la discesa di una curva in un grafico.

    I motivi? Beh, intanto, la mancanza di nuovo materiale da visionare.

    Passai più volte in videoteca per controllare l’arrivo di altre cassette, ma… niente (però fui di nuovo in prima fila, nei cinema, quando uscì “Bagliori nel buio”, un, secondo me, buon film “di fantascienza” tratto dalla vera storia del rapimento di Travis Walton).

    A questo bisognava aggiungere che i mensili di Ufologia che leggevo si stavano riempiendo di “spazzatura”. Pubblicavano ancora materiale interessante (come l’elenco delle personalità politiche e non che formavano l’ente governativo segreto Majestic 12), ma il resto***... non so: come se ad un certo punto avessi cominciato a vedere le smagliature nella rete gigante del Piano, in una sorta di “Pendolo di Foucault” per appassionati di Star Trek.

     

    9.

     

    Sapete, credo che sia stata questa mia ossessione per gli UFO a rendermi poco accattivante l’idea di leggere romanzi di fantascienza. Molto probabilmente perché il piacere che accompagna un lettore all’interno di una storia ambientata in un futuro immaginario (almeno credo; ma, allo stesso tempo, non credo che questo ne costituisca l’essenzialità) sia quello di poter proiettare il proprio ego in un mondo appartenente ad una realtà avvertita come nettamente disgiunta da quella “reale”.

    Astronavi, motori anti-gravità, congegni che “vedono” nel futuro, pianeti abitati da altre intelligenze, decodificatori di linguaggio, armi laser… tutti luoghi comuni fantascientifici che quella serie di documentari mi aveva reso ben poco “immaginari” (abbastanza da provare sollievo ogni volta che mi accorgevo di non trovare alcun segno di missing time**** nelle mie giornate…).

    La fantascienza aveva perciò smarrito, almeno per me, quel suo fascino di letteratura di evasione.

    Questo, tuttavia, non mi ha impedito di leggere i racconti e i romanzi di grandi scrittori come Asimov e Dick (il primo, tutto preso dal gioco dell’intelligenza umana; il secondo, paranoicamente attratto dall’idea del doppio e delle realtà parallele).

    Ma si tratta, innanzitutto, di grandi scrittori, non di “semplici” scrittori di fantascienza. Portatori di un proprio messaggio, di una propria idea di fantascienza, che va ben al di là del puro piacere di leggere il proprio “genere” preferito.

    Purtroppo c’era da dire che la mitica collana Urania Mondatori, di scrittori del genere, ne presentava (davvero) pochi.

    Lo stesso vale per Star Trek.

    Io mi rifiutavo categoricamente di credere all’esistenza di quell’“ideale” di fantascienza, con i suoi alieni “che parlano tutti in inglese” (come disse lo stesso Dick). E questo perché io le avevo già viste le astronavi. Sapevo come erano fatte, sapevo perché oscillavano nello spazio, sapevo da quali costellazioni provenivano…

    Non parliamo poi di quando andai a vedere “Indipendence Day” al cinema... Un obbrobrio!

    Cos’erano quei dischi spaziali? E gli alieni precipitati a Roswell? Guardate che non erano mica così! E io lo so perché ho viste le loro autopsie! Cos’è poi questa storia ridicola del computer? Mi volete far credere che adesso un’Astronave Madre Aliena utilizza uno stesso Sistema Operativo Informatico Terrestre? Ma gli sceneggiatori di Hollywood, quelli pagati una marea di quattrini, non lo sanno forse che gli alieni usano un tipo di scrittura molto simile al greco antico?

    Non ci siamo ragazzi, non ci siamo…

     

    10.

     

    E ora pensate a come questa mia “passione” per gli UFO abbia drasticamente ridotto i confini che prima definivano quello che, per me, era e non era la “realtà”. E trasferite questo stesso ragionamento sull’immaginario di noi tutti, quello collettivo (che si costituisce, magari in minima parte, anche grazie ai telegiornali o alla lettura dei quotidiani).

    Senza tirare in ballo film o romanzi, i titoli di molti articoli di giornale , oggi, riportano sempre più spesso notizie che vedono concretizzarsi i sogni fantascientifici del passato.

    Sono notizie, queste, che in un certo senso fanno un gran male: la scienza è (sta per diventare) fantascienza.

     

    -----------------

     

    Note

     

    *E’ una foto scattata da Meier quella del poster “I WANT TO BELIEVE” che l’agente Fox Moulder di X-Files tiene nel suo ufficio (e che io tengo su una parte della mia camera!).

     

    **Quelli che hanno visto il film “NAVIGATOR” sanno di cosa sto parlando.

     

    ***(tanto per farvi un esempio) Alcuni ufologi sono pronti a sostenere che la vera causa dell’uccisione del presidente americano John Fitzgerald Kennedy è stata la sua decisione di diffondere al popolo americano la verità riguardo all’esistenza degli extraterrestri.

     

    **** Il missing time è una, letterale, “perdita di tempo” che tutti i soggetti rapiti dagli extraterrestri riscontrano nel loro normale corso temporale.

     

    ***** E’ di qualche anno fa la notizia dell’esperimento riuscito di un elettrone “teletrasportato”.

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    OGGI: miscellanea

    di francescogallo (01/07/2004 - 23:04)

    Ma secondo voi, uno che appena finito di ascoltare "Wo die schonen Trompeten blasen" ("Dove suonano le belle trombe"), che è un lieder di Gustav Mahler contenuto nel ciclo "Des Knaben Wunderhorn" ("Il corno meraviglioso del fanciullo") -- una raccolta di canzoni popolari tedesche pubblicata da Achim von Arnim e Clemens von Brentano nei primi anni dell'Ottocento -- dicevo, uno che ha appena finito di ascoltare tutta 'sta roba e poi si mette ad ascoltare "Good Vibration" ("Buone Vibrazioni") dei BEACH BOYS, secondo voi, come può stare?

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    OGGI: (di coscienza, scrivo questo post)

    di francescogallo (30/06/2004 - 22:33)

    E' che, non so. L'avete vista la foto che ho postato prima? E' stato poco fa. E ancora non riesco a spiegarmelo. Ho riletto un racconto di Tolsoj: "Dopo il ballo" (è contenuto nella bella antologia Einaudi sui racconti d'amore dell'Ottocento intitolata "Passione fatale", a cura di Guido Davico Bonino). E' una meraviglia che più meraviglia non si può. Allora mi sono messo in rete, su Google, in cerca di una sua foto. E quando l'ho trovata sono stato un cinque minuti buoni a fissarla. E in un attimo mi si è matarializzato questo pensiero dentro alla testa: niente, non scriverò niente a cui potrò dare una certa importanza se prima non avrò letto - come si deve - "Anna Karenina" (prima) e "Guerra e Pace" (dopo). (Ma lo sapevate che quest'ultimo doveva intitolarsi "Tutto è bene quello che finisce bene?"). Magari solo qualche racconto. Ma non mi imbarcherò in niente di importante (e importante per il sottoscritto, intendo...) se prima non avrò fatto, diciamo così, piazza pulita di una buona fetta di Classici dell'800. Tolstoj, dicevo. Ma anche Dostoevskij: L'Adolescente, Delitto e Castigo, I Demoni, L'Eterno Marito, I Fratelli Karamazov, Il Giocatore, L'Idiota, Memorie dal Sottosuolo. E Dickens (Il circolo Picwick, Oliver Twist, David Copperfield e Grandi Speranze) ed Henry James (Ritratto di Signora, Il Carteggio Aspern e Daisy Miller). Una volta che avrò fatto i conti con tutta questa roba, magari, chi lo sa, vedrò quanto sarà maturata (se maturerà, se ne sarà influenzata in qualche modo) la mia scrittura. Franchini, Piersanti e Permunian (Pomilio no, magari il suo "Quinto Evangelio" lo leggerò in mezzo a tutta quella roba citata sopra).

    Mi butto sui Classici!

    (e magari mi faccio anche crescere una barba da Babbo Natale!!!)

    Ciao!  

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    OGGI: (leone)

    di francescogallo (30/06/2004 - 22:19)

    Difficile restare indifferenti, vero?

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    OGGI: rimangiati quello che hai detto

    di francescogallo (30/06/2004 - 11:24)

    ...

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Eh, molto meglio così.

    Ciao!

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    OGGI: tele visione di tele film

    di francescogallo (25/06/2004 - 11:33)

    Voi questa cosa la leggete adesso, mentre io l'ho scritta ieri sera.

      ***La bocca del Diplomatico si muove ma nessuno riesce a sentirlo. Il Tecnico si mette le mani sulle orecchie: "Madre di Dio!" urla. La sua dentiera comincia a vibrare come uno scacciapensieri, all'improvviso gli schizza fuori dalla bocca... Con un gesto di stizza fa per afferrarla, la manca e si copre la bocca con una mano.
      L'Arco di Trionfo rovina fragorosamente a terra e va in mille pezzi, mostrando la Lesbica su un piedistallo con indosso solo un sospensorio leopardato con un'imbottitura enorme nel pacco... Rimane lì con un sorriso ebete e flette i muscoli giganteschi... Il Tecnico striscia sul pavimento della stanza di comando alla ricerca della dentiera e grida ordini inintelligibili: "Tupeltonico! Ti fa taltare tulla tedia!"***

      Sono le 0.05 (quando finiro saranno le ??.?? circa) ed ho appena visto un episodio di SIX FEET UNDER. Credo che sia il più bel telefilm che abbia mai visto. E certo che ne ho visti. Non il migliore, ma il più bello. Cosa intendo per "più bello"? Che è quello che è realizzato meglio. Gli attori, i dialoghi, la sceneggiatura... Il modo in cui la storia avanza. Però... c'è un però. E' come AMERICAN BEAUTY. Ve lo ricordate? Tutto va esattamente dove deve andare. Meglio: ogni cosa va dove lo spettatore vuole che vada (per poter essere a posto con la propria coscienza). In effetti, lo sceneggiatore del primo film di Sam Mandes è lo stesso di SexFeetUnder. E, come il film vincitore di alcuni Oscar, ha i suoi bravi difetti. Quali? Cioè (ma magari questo l'ho già spiegato): è tutto troppo facile. Quel suo modo di essere tutto "alternativo" (se mi concedete questa brutta espressione... brutta espressione? E allora perchè la usi? Già, perchè? La uso perchè come al solito, quando scrivo queste cose, vado sempre di fretta).

      ***Ha aperto un sex-shop a Yokohama, spacciato a Beirut, fatto il magnaccia e Panama. Nella Seconda Guerra Mondiale ha fatto carriera: s'è comprato un'industria casearia in Olanda e s'è messo a tagliare il burro con grasso industriale usato, ha monopolizzato il mercato della vasellina nel Nord Africa e alla fine ha fatto il grano trafficando vitelli prematuri. Ha fatto fortuna e si è allargato, invadendo il mondo con farmaci tagliati e merci contraffatte da due soldi di ogni genere. Pasticche avvelenate, antibiotici tagliati, paracadute bucati, antidoti al veleno scaduti, sieri e vaccini inattivi, scialuppe di salvataggio piene di falle.***

      C'è il fratello gay, no? Cioè, nella famiglia FISCHER, la famiglia che gestisce questa attività di ONORANZE FUNEBRI, uno dei figli che la gestiscono dopo la scomparsa del padre, è un figlio gay. E, a parte questo, non c'è nient'altro di "alternativo". Voglio dire: è gay e basta. La sua storia, come ho potuto vedere dal resto delle puntate, è una banalissima storia di gay (tra l'altro la sua grande storia d'amore è con un macho di colore che fa il poliziotto... spacciano lo stereotipo per originalità e viceversa, capite?) Una storia ben recitata, ben sceneggiata, le pause e le musiche... cioè: tutto confezionato molto molto molto bene.
     
      C'è l'altro fratello - quello belloccio -? Sì, in effetti è belloccio forte, ma poi scopre di avere un... adesso non mi ricordo, una specie di... sì, un tumore al cervello. Qualcosa, comunque, che potrebbe tirare le cuoia da un momento all'altro. E, beh, questa è una cosa che a te che stai guardando il telefim, a te che non aspetti altro che di affezionarti ai personaggi, questa è una cosa che ti sorprende, no?, ti spiazza, ci resti, insomma, di merda... Ti sorprende parecchio. Ma il fratello belloccio invece di sprofondare nella depressione più nera... sorpresona!!!: scopre quanto è bello vivere e si tuffa nel lavoro con un borsone (una bara?) di entusiasmo e pensa solo a come mandare avanti la baracca (e, in effetti, tralascia un po' la ragazza...).

      ***La causa di L** è urgente. Deve presentare subito una dichiarazione giurata in cui afferma di essere affetto da peste bubbonica per evitare lo sfratto dalla casa che da dieci anni occupa senza pagarne l'affitto. L** vive in perpetua quarantena. Così riempie una valigia di dichiarazioni giurate, petizioni, ingiunzioni e certificati e sale sul pullman per la Frontiera. L'ispettore Doganale gli fa cenno di passare: "Spero tanto che in quella valigia abbia una bomba atomica".***

      C'è la sorella piccola che è masochisticamente attratta dai ragazzi che mostrano chiari segni di squilibrio mentale (certo che vivere in una famiglia di beccamorti non l'avrà aiutata di certo, piccolina... però poi lei scopri che un giorno qualcosa che non va ce l'ha dentro di par suo se un giorno che voleva fare un dispetto al suo ragazzo che la sera prima mentre stavano per fare l'amore le aveva chiesto di succhiarle l'alluce... lei ruba il piede di un cadavere dall'obitorio di casa e lo nasconde nell'armadietto del suo ragazzo al liceo che vabbè, si sa che negli Stati Uniti ogni studente ha il suo bravo armadietto con tanto di lucchetto per poter riporre i libri e le scarpe di ginnastica per fare, appunto, ginnastica, e che io, sapete, ho trovato sempre una buona idea everceli, nelle scuole, questi armadietti, così poi la finiscono i telegiornali di dire che gli zaini degli studenti pesano troppo e fanno venire la scoliosi)...
      Si diceva, quindi, che c'è la sorella attratta dai fuori di testa ed è semplicemente fuori di testa e basta, e inizia a chattare con uno che non si sa ancora chi è e che quando lei gli chiede Ma secondo te Britney Spears è ancora vergine?, lui le risponde No, perchè oggi pomeriggio me la sono fatta tot di volte.
      Capite? E' proprio una scena del telefilm. C'è questa sorella mentre legge un giornale in cucina e a un certo punto ad alta voce legge la notizia a proposito della verginità di Britney Spears e la commenta dicendo Ma come pretendono che crediamo a queste cose?

      ***Sull'isola si attuano scrupolosamente tutte le forme di democrazia. Ci sono un Senato e una Camera dei Deputati che si riuniscono in sedute fiume per discutere lo smaltimento dei rifiuti e l'ispezione dei gabinetti esterni, le uniche due questioni sulle quali hanno giurisdizione. Alla metà dell'Ottocento, per un breve periodo hanno avuto il permesso di controllare il Dipartimento della Manutenzione dei Babbuini ma il privilegio è venuto meno a causa dell'assenteismo dei membri del Senato.***

      Capite? Il momento di "ribellione", di "alternatività" di questo telefim consiste nel far commentare ad uno dei suoi personaggi una stupida notizia di gossip. Ed ecco che allora lo spettatore Che-Crede-Di-Vedere-Un-Vero-Telefilm-Alternativo-E-Figo si batte una manata sulla fronte e dice Ah! Allora non sono il solo a pensarla in questo modo! Visto che non c'è davvero nessun motivo perchè qualcuno si interessi alla verginità di Briteny Spears! E invece, proprio facendo il gioco di Britney, lo spettatore deve sorbirsi questa stupidagine nel suo telefilm... Cioè il trucco consiste nel riflettere le idee di chi guarda (guarderà) il telefilm per accontentarlo e farlo sentire più... boh, intelligente?
      E poi c'è la mamma - come non parlare di lei - che tutti credono una donna morigerata e invece, qualche giorno dopo la morte del marito, confessa ad uno dei figli (adesso non mi ricordo quale, perchè il telefilm non lo sto registrando come ho fatto invece con TWIN PEAKS e quindi non posso andare a controllare per essere più preciso) confessa, dicevo, di aver avuto una relazione, di aver, sì, insomma, tradito il marito, e invece ai figli, figurati!, che vuoi che interessi una cosa del genere visti i casini che c'hanno loro.
      E allora tu segui la "storia" della mamma di questa famigliola e ti accorgi che non c'è una vera "psicologia" alle sue spalle, non c'è una vera coerenza, perchè il trucco, lo ripeto, è sempre quello di fare credere allo spettatore, non di mostrargli le "cose" (che sarebbe molto meglio).
     
      Poi c'è un altro personaggio, molto interessante.

      La ragazza/fidanzata/futura-moglie del fratello belloccio, che è bella pure lei, e ha un quoziente di intelligenza altissimo (la sapete questa storia degli americani, no?, degli statiunitensi che c'hanno 'sta fissa del QI, no?) e da bambina è stata addirittura studiata da un fottio di equipe mediche e su di lei c'hanno scritto anche un libro... e questa ragazza, che poi si chiama Brenda, vuole davvero molto bene al fratello belloccio, lo ama, e infatti ha accettato di sposarlo, ma ultimamente sta vivendo un brutto periodo, un periodo di estrema confusione, per cui è inspiegabilmente attratta dal sesso, vede sesso ovunque, ci prova con chiunque, al mercato come ai grandi magazzini, e ha allacciato un'amicizia con una ragazza squillo che le ha spiegato un po' di cose su questo lavoro e lei poi, la ragazza del fratello belloccio, Branda, che di mestiere fa la massaggiatrice (magari, chissà, è stata influenzata dall'amica squillo), un giorno sta facendo un massaggio a un cliente e a un certo punto s'accorge che questo cliente ha un'erezione enorme tra le gambe e allora, senza nemmeno chiederglielo, lo masturba, ma dopo non si fa pagare questo "piccolo" extra e non accetta nemmeno di vederlo più... per cui, ecco, tu ti fai questa idea di ragazza trasgressiva e confusa (nella puntata di questa sera addirittura Brenda confessa alla mamma del suo ragazzo di aver fatto sesso con una coppia sposata durante un festino, appena la notte prima, perchè questa coppia aveva con sè un minuscolo vibratore giapponese in grado di titillare il clitoride grazie ad una scossa elettrica di voltaggio molto basso ma comunque presente e stimolante e la mamma ascolta tutto quello che Brenda le dice e invece di mostrarsi scandalizzata (come tu pensi dovrebbe essere) o di chiederle Ma quel povero cornuto di mio figlio LO SA che fai queste cose?!? le confessa invece di ammirarla perchè lei non cerca mai scuse per tutto quello che fa e tu pensi: però, che profondità psicologica, io spettatore non riesco proprio ad arrivarci, e invece no, mio caro, qui si tratta tutta di una presa in giro.
      Ben confezionata, certo.
      Ma resta una presa in giro.

    ***Venezia, 3 agosto 1956

    Caro Dottore,

      grazie della sua lettera. Accludo l'articolo sugli effetti delle varie droghe di cui ho fatto uso. Non so se è adatto alla sua pubblicazione. Non ho obiezioni riguardo al fatto che citi il mio nome.
      Nessuna difficoltà con il bere. Nessun desiderio di far uso di droghe. Stato generale di salute eccellente. La prego di porgere i miei saluti a Mr. ----. Utilizzo quotidianamente il suo sistema di esercizi con ottimi risultati.
      Ho pensato di scrivere un libro sui narcotici, sempre che trovi un collaboratore idoneo a trattare gli aspetti tecnici.

      Suo
      William Burroughs***

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    OGGI: Mamma, butta la pasta (titolo del post "rubato" ad uno striscione)

    di francescogallo (22/06/2004 - 22:57)

    (sul nostalgico forte)

    Dov'è il mio vestaglione di flanella?
    Dov'è il mio frittatone di cipolle?
    Dov'è il mio birrone gelato?
    Ma, soprattutto, dov'è il mio RUTTO LIBERO?

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    OGGI: ricordi in pellicola

    di francescogallo (21/06/2004 - 17:15)

    "Dobbiamo separarci con stile. Scorrazzando per la costa, sniffando un po' di neve, sbronzandoci di birra e invece... niente! Questo deficente di fratello maggiore doveva rovinare tutto! Facendosi bocciare all'esame di guida. Non so che ti farei!"

    Ehi, gente! Guardate qua: che meraviglia! Il film più bello della mia infanzia (che, mi sa tanto, è ancora in corso)!

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    OGGI: energia (elettrica) non m'abbandonare!

    di francescogallo (21/06/2004 - 09:49)

    Avete presente quando siete seduti davanti al computer acceso a scrivere una cosa importante come un nuovo racconto ad esempio e il lavoro vi viene bene, siete contenti, e ogni tanto tornate indietro, e controllate qualche frase, e aggiustate qualche virgola, e sistemate qualche parola e poi ad un certo punto restate come dei fessi con lo sguardo perso davanti a voi perchè lo schermo del vostro monitor tutto d'un tratto si è fatto completamente nero e voi ci mettete un paio di secondi a capire cosa diamine è successo e cioè che uno: è mancata la corrente elettrica e due: che quel che è peggio è che non avete fatto ancora un salvataggio decente? Beh, mi è successo un attimo fa. La giornata inizia nel migliore dei modi.

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    OGGI: il sonno non molla!

    di francescogallo (19/06/2004 - 18:26)

    Un blog è un "qualcosa" che ha terribilmente a che fare con la personalità della persona che lo realizza.
    Due dei miei blog preferiti, nemmeno a farlo apposta, sono quelli di Giulio Mozzi e di Marco Candida.
    Bene.
    Ora solo un po' di pazienza perchè questa cosa che mi accingo a scrivere non è assolutamente chiara nemmeno a me (ed è venuta a galla attraverso una serie impressionante di collegamenti mentali che nemmeno ci provo a sbrodolarveli altrimenti qua mi sa che facciamo notte e inutilmente per giunta perchè perdere tempo più di tanto per il sottoscritto mi sa tanto che non serve). Intravedo solo qualcosa, in fondo, una specie di luce (magari è il segnale di una tranvata assurda!). Per cui non ho la più pallida idea di che cosa sia o possa essere questo post. So solo che è il mio misero tentativo per cercare di scorgere meglio, magari da un'altra posizione o angolazione, questa cosa che in fin dei conti non so nemmeno come si chiama (chiaro?).
    Già so, comunque, che non ci riuscirò.
    Però ci provo lo stesso.
    La cosa peggiore che può succedermi è capire qualcosa di me stesso.

    Il fatto è che un giorno ho pensato che il blog di giuliomozzi

    (e scrivo giuliomozzi e non Giulio Mozzi a ragion veduta -- almeno lo spero -- perchè credo che solo rare volte Guilio Mozzi abbia fatto la sua comparsa sul blog di giuliomozzi -- mi vengono in mente, non so, gli episodi di Covacich (l'articolo sull'Espresso); il """"rimprovero"""" a Giuseppe Iannozzi (mi dispiace non poter essere più preciso a riguardo di questo episodio perchè l'ho dimenticato) e la storia della pubblicazione del libro di Colombati (quando Giulio Mozzi scrive, a proposito di quanto scalpore ha creato nella redazione SIRONI l'arrivo di quel libro, "Qualcosa che prima di tutto mi mette in questione, e che magari mi sembra mettere in questione un'intera generazione di narratori, che magari mi sembra mettere in questione cinquant'anni di discorsi (letterari, giornalistici, politici, massmediatici) su che cosa sia questa Italia che ferocemente amo." Ecco, capite: questa Italia che ferocemente amo. E' qui Giulio Mozzi, in questa frase. Qui è uscito allo scoperto. Io, quando ho letto queste parole, ho sentito "qualcosa" che mi si è smosso dentro. Un brivido. In parole povere: mi sono letteralmente cagato addosso dall'emozione (la cosa migliore che mi possa capitare leggendo, un po' come l'aumento della temperatura corporea ricercato da Carver come scopo dei suoi racconti). E non so. Ma da questa frase, da questo amore confessato con tanta forza -- forse anche rincrescimento, ho capito (forse eh, scrivo forse... potrebbe essere tutta una mia impressione) ho capito che... cavolo, se Giulio Mozzi sceglie di non commentare qualsiasi fatto avvenga nel mondo (c'è gente, nei commenti del suo blog -- e non voglio giudarli, eh! Liberi di fare quello che vogliono --, che glielo chiede esplicitamente di commentare la guerra e cose simili) attraverso giuliomozzi, Giulio Mozzi lo fa solo perchè in primo luogo l'amore per l'Italia (nel senso che tu, ad una persona che vuoi bene, non gli dici "ti amo" tanto per dirlo -- ma puoi anche farlo, si capisce -- ma glielo dici quando sai che, nel dirglielo, le ginocchia ti tremano prima a te che lo stai dicendo e poi all'altra persona che -- lo si spera -- ascolta... e poi perchè... perchè, cavolo, Giulio Mozzi, secondo me, non parla come gli viene perchè è una persona INCREDIBILMENTE, ASSURDAMENTE (quasi anacronistica e "fantastica", sicuramente RARISSIMA, nell'Italia di oggi) RE-SPON-SA-BI-LE. Capite? E' la sua scelta (ma non credo nemmeno che lo sia, in fondo. Credo che c'entri molto di più la sua EDUCAZIONE di essere umano). E' un po' come scrive il quel suo bellissimo pezzo "Anatomia di un articolo di giornale". Un casino di pagine per spiegare un "solo" articolo di giornale! Figuriamoci prendere una posizione contro la Guerra! Per me in questo è un esempio, Giulio Mozzi. Un modello da guardare per combattere questa sorta di virus (e scrivo virus perchè occorre combatterlo usando degli appositi anricorpi... ecco! Per me Giulio Mozzi è un anticorpo!) orribile della generalizzazione, del parlare a vanvera, eccetera. A me sembra quasi (e questa è senz'ombra di dubbio è una mia impressione) che Giulio con quel suo modo di fare da musone voglia dirci: "Ragazzi (è l'appellativo che risuona nella mia testa) prima di parlare, prima di sperare il vostro bersaglio, guardatevi bene attorno. Prima imparate a conoscere il vostro nemico. Solo così avrete più possibilità di fare portare bene il colpo." Questo, ovviamente, ha una sua controparte. Ovvero: l'immobilità (cioè: tutto il tempo in cui uno sta fermo a prendere la mira prima di passare all'azione). Marco Candida disse qualcosa di molto interessante a proposito dell'"immobilità" di giuliomozzi (quando in un commento che giulio inserì nel suo blog come post vero e proprio, quando mise a confronto Stephen King e Giulio Mozzi e i loro modi di raccontare e affrontare le storie). Però adesso ho combinato un casino della madonna e non mi ricordo più dove volevo andare a parare ma mi sa che è un bene perchè non era proprio quest'ultimo il discorso il tentativo di discorso che volevo portare avanti...)

    ... dicevo che un giorno ho pensato che il blog di giuliomozzi ha terribilmente a che fare con i racconti che Giulio Mozzi scrive. In che modo? No, ovvio che blog e racconti non siano assolutamente la stessa "cosa" (a parere mio, la lettura di un anno intero del blog di giuliomozzi non vale un singolo racconto scritto e pubblicato da Giulio Mozzi). Però c'è questo fatto che sono realizzati dalla stessa persona. Un po' come quando c'è uno scrittore o un artista in generale che prima realizza un film, poi, che so, scrive un libro (un romanzo), poi una raccolta di poesie... Ecco: Giulio Mozzi nella sua vita fino ad ora ha scritto dei racconti, dei saggi, un poema e... (sta ancora scrivendo) un blog. Ecco allora che un blog per me è un genere letteraio nel quale ci si può e non ci si può cimentare. Dunque: un genere letterario. La tivù e i giornali ne parlano. Si organizzano discussioni, dibattiti, rodei di blog... (Non lo so. A me sembra. O può darsi. Chi lo sa. Boh!) ------ A QUESTO PUNTO UNA DOMANDA CHE ESULA UN PO' DAL RESTO DELLA STORIELLA CHE VI STO SPARANDO MA CHE MI SONO SEMPRE RIVOLTO E CHE ADESSO RIVOLGO A VOI CHE MI STATE LEGGENDO PER SAPERE CHE COSA NE PENSATE: come mai gli scrittori italiani che più vendono in libreria come Ammaniti, Baricco o DeCarlo non si sono mai pronunciati sul fenomeno dei blog? O meglio: come mai non ne aprono uno? Il loro numero di lettori non aumenterebbe? Non voglio fare il maligno, ma c'entrerà qualcosa il discorso sulla gratuità dell'accesso ai blog? Mai dire mai però. Magari tra un po' spuntano su Pordenonelegge. Speriamo. ------ Dicevo allora che il blog di Giulio Mozzi giuliomozzi è realizzato con la stessa quantità (ma non credo proprio che quantità sia la parola adatta) di attenzione/dedizione e impegno che Giulio Mozzi mette quando scrive i racconti di Giulio Mozzi. Capite? Beh, lo ammetto: non è chiarissimo. Ma io sento all'interno dei racconti di Mozzi e del suo blog come un'identica tensione. Anche lo sforzo continuo, in mozzi e in Mozzi (in quanto autore di racconti), di essere sempre "chiaro", attraverso uno stile di scrittura che quasi sparisce per lasciare emergere altri dettagli (o il fatto che quando parli di una cosa, in realtà, Mozzi, stia parlando di tutt'altro). Invece Marco Candida realizza continuamente un blog che esplode e va in mille pezzi. ------ PARAGONE: il blog di mozzi tende sempre a costruirsi, a edificarsi, come se fosse un grattacielo o la piantina di una città che si ingigantisce man mano che vengono costruiti nuovi edifici (tutti i link degli altri blog che vengono man mano aggiunti mi fanno pensare a tanti mattoncini che costruiscono qualcosa. Cosa non lo so ancora però); il blog di Marco Candida, invece, è totalmente "scoppiato" e folle. Marco mette foto di TERMINATOR governatore della California, inserisce post bellissimi e poi li alimina, si suicida on-line, cambia nome al blog, cambia grafica, manda affanculo Clarence... Io nel blog di Marco Candida ci vedo già il Libro dei Libri che prima o poi Marco scriverà (e lo scriverà, eccome se lo scriverà!). Per farla breve: in Marco io vedo molto molto molto più DIANISIACO rispetto a Giulio che invece sembra -- non solo sul blog, ma anche nei racconti -- stare molto di più dalla parte dell'APPOLLINEO.

    Non lo so se siete arrivati fino a questo punto dopo tutte le stupidate che ho scritto, ma io quello che volevo dirvi è solo che io a volte i blog non li leggo nemmeno. Cioè non li leggo per capire cosa c'è scritto dentro o per capire che cosa l'autore del blog voleva scrivere (ci sono, ovviamente, delle eccezioni. E sono quasi convinto che Giulio, nella rete, vada proprio a caccia di queste eccezioni). Li leggo invece per capire se in un blog, e quindi nella personalità del suo autore, prevale semplicemente l'aspettto di DIONISO o di APOLLO.
    Tutto qui.

    Adesso corro a nascondermi per la vergogna.

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    OGGI: il sonno porta anche a fare ragionamenti del genere!

    di francescogallo (19/06/2004 - 16:22)

    Ragazzi (badate che sono serio) se avessi la possibilità di somigliare fisicamente e somaticamente ad un attore famoso, a me piacerebbe un casino somigliare ad ORSON WELLES!!!

    P.S.

    Ho capito, mi sa che vado a studiare che è meglio...

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    OGGI: pigri appunti

    di francescogallo (19/06/2004 - 15:58)

    Sabato pomeriggio.

    Grasso e lento.

    Ho mangiato un piatto di spaghetti alla puttanesca e delle sarde cotte alla brace (ottime).

    Adesso giro un po' per internet prima di mettermi a studiare.

    Ieri sera ho fatto tardi. Sono andato a casa di certi amici e abbiamo fatto le ore piccole chiacchierando di: sport (lo splendido pareggio della Svezia acciuffatto alla fine), elezioni (la batosta -- oh YEAH!!! -- di Forza Italia), fumetti ("TROUBLE", dove si raccontano le vicende di zia May e della vera mamma di Peter Parker; "Jonathan Steele", fumetto Bonelli, che chiude -- ma che forse verrà pubblicato da Star Comics --), libri ("Il petalo cremisi e il bianco" di Faber -- consiglio: se vi piacciono i polpettoni, leggetelo! -- e "Alzate l'architrave, carpentieri", racconto di J. D. Salinger -- secondo la mia modesta opinione, uno dei più bei racconti che siano mai stati scritti --).

    Torno a casa verso le 2.45. Mi spoglio, mi metto a letto. In tivù non c'è niente. Neanche un porno. Provo a leggere qualche pagina di "Altri libertini" di Tondelli (il racconto "VIAGGIO" mi piace tantissimo). Ma niente. Troppo stanco. Poso il libro. Mi sfilo gli occhiali. Spengo la luce della lampadina agganciata al montante del letto. Mi addormento.

    E ho sonno anche adesso, mentre scrivo. Un pisolino lo schiaccerei volentieri. Ma che mi sta succedendo? Sarà il caldo? Oh Dio, no. Fa che non sia come l'anno scorso (ad un certo punto, peggio del caldo, erano le lamentele delle persone!). Mi tornerebbe utile vedere qualche scena del nuovo film di Roland Eimerich "L'alba del giono dopo" con l'arrivo dell'Era Glaciale (Ice Age Coming, Ice Age Coming... verrebbe da canticchiare, insieme a Thom Yorke).

    Un ultima cosa, su Dave Eggers.

    Il ragazzo, ultimamente, ha pubblicato un romanzo a puntate su un sito Internet (tempo addietro ne parlò anche il Genna su "I Miserabili"). Adesso il romanzo esce per i tipi di minimum fax. Per leggerlo però bisogna prima comprare due libri del catalogo...

    grrr...

    Non è che mi piaccia tanto come idea. Lo trovo un po' un colpo basso.

    Ad ogni modo, vedremo di fare qualcosa (certo non mancano autori minimum fax che smanio dalla voglia di leggere...).

    Ci risentiamo presto!

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    OGGI: storia medioevale

    di francescogallo (16/06/2004 - 16:28)

    Dell'impegno con cui si ritagliava nel corso della giornata un po' di tempo per la lettura parla Federico II stesso in una famosa lettera del 1232 ai dottori dello Studio di Bologna, la cui lettura suscita ancora oggi una certa emozione:

    "Per quel generale desiderio di sapere che, per natura, tutti gli uomini hanno; per quello speciale godimento che alcuni ne derivano, prima di assumere l'onere di regnare, fin dalla nostra giovinezza, abbiamo sempre cercato la conoscenza, abbiamo sempre amato la bellezza e ne abbiamo sempre, instancabilmente, respirato il profumo. Dopo aver assunto la cura del regno, sebbene la moltitudine degli affari di Stato richieda la nostra opera e le cure dell'amministrazione esigano grande sollecitudine, tuttavia quel po' di tempo, che riusciamo a strappare alle occupazione che ormai ci sono divenute familiari, non sopportiamo di trascorrerlo nell'ozio, ma lo spendiamo tutto nell'esercizio della lettura, affinchè l'intelletto si rinvigorisca nell'acquisizione della scienza, senza la quale la vita dei mortali non può reggersi in maniera degna di uomini liberi, e voltiamo le pagine dei libri e dei volumi, scritti in diversi caratteri e in diverse lingue, che arricchiscono gli armadi in cui si conservano le nostre cose più preziose."

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    OGGI: racconto

    di francescogallo (06/06/2004 - 16:45)

    Ragazze e ragazzi -- almeno per un po' di tempo -- vi lascio. Lo so, non sono mai stato un gran che come blogger. Me ne dispiace. Ma, dovreste saperlo, non è mio costume lasciarvi a mani vuote. In attesa, quindi, di ritornare più arzillo di prima (si dice così), una volta ripresomi dalle sfiancanti sedute universitarie -- ma non escludo fugaci apparizioni più in là --, posto sul blog questo mio nuovo racconto. E' abbastanza lungo (circa come il precedente), per cui, almeno per un po' di tempo (diciamo un paio di settimane), ci sarà da leggere (sempre che l'iniziativa vi interessi). A presto!

    Nota dell'Autore

    Il racconto mi è stato, diciamo così, "ispirato" (e scrivo "ispirato" perchè non credo di essermi attenuto più di tanto alle varie regole previste) da un esercizio di scrittura presente nel saggio di Giulio Mozzi "Di che cosa parliamo quando parliamo di insegnare a scrivere" (e precisamente a pagina 121). Il saggio poi è a sua volta contenuto nel bellissimo -- e per me importantissimo -- libro, sempre di Giulio Mozzi, "Parole private dette in pubblico" (Theoria).

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    Una telefonata

      Quando decisi di entrare nella cabina telefonica per telefonare a Fabio sul cellulare e dirgli che dopo quasi due mesi che stavamo insieme era giunto per me il momento di fare nuove esperienze - per dirgli, in pratica, che intendevo piantarlo e mettermi con un altro più simpatico e più carino che avevo conosciuto all'Università - io mi trovavo da sola nella sua automobile. Mi trovavo da sola nella sua automobile perché, prima di tutto, era rimasta a secco di carburante (io e Fabio, insieme, l'avevamo poi posteggiata nell'ampio parcheggio di un pub che quella sera, nonostante l'orario - le otto di un venerdì, lo ricordo come se fosse ieri - stava chiuso) e poi, in secondo luogo, perché Fabio era sceso proprio in quel momento - in quel momento così importante per me, per la mia e per la nostra vita - portando con sé una bottiglia di plastica vuota e incamminandosi a passi svelti sul ciglio della strada, alla ricerca di un piccolo distributore ESSO che il suo amico Antonio, poco prima, al telefono, gli aveva assicurato che si trovava in zona "neanche cinquecento metri più avanti".
      A questo punto mi rendo conto che prima di andare avanti devo spiegarvi un po' di cose.
    Allora. Dopo quasi due ore di viaggio, durante le quali molto avevo riflettuto circa la possibilità di rivelare tutto a Fabio a patto però di trovare il momento adatto (trovare il momento adatto per compiere una qualsiasi cosa è per me una faccenda importantissima), eravamo rimasti in panne all'altezza di chissà quale chilometro, persi all'interno di una tortuosa stradina di montagna. Siccome non sapevamo bene cosa fare, Fabio, non avendo credito sufficiente sul telefonino, aveva ritenuto una vera fortuna l'aver a disposizione quella cabina telefonica proprio lì dove avevamo spinto la macchina per toglierla di mezzo alla strada. Fabio ha così racimolato un euro e mezzo in monetine da dentro al cruscotto per fare la chiamata (ma, nel caso, aveva anche una scheda prepagata nel portafogli) e, nell'ordine, ha prima guardato incuriosito il paesaggio scuro che si concentrava di là del parabrezza, corrucciando la fronte, poi mi ha fissata con quella sua aria neutrale e quindi è andato a telefonare al nostro ospite per chiedergli se, appunto, dalle parti dov'eravamo capitati c'era magari un distributore di carburante.
      Il nostro ospite si chiamava Antonio. Antonio era un amico di Fabio da prima che io e lui ci mettessimo insieme. A parte questo, devo dire che Antonio, in quanto amico di Fabio, rappresentava una piacevole eccezione. Perché dico questo? Lo dico perché Antonio era un tipo interessante (ma, ahimè, non era né simpatico né carino) quando a me sembrava che tutti gli altri amici di Fabio non fossero altro che un branco di vuoti zoticoni - che al massimo pronunciano frasi formate da cinque parole (facendo anche a meno dei verbi) e che non trovavano mai niente di meglio da fare, la sera, se non ubriacarsi o ficcare dei poveri gattini dentro a dei sacchi di tela che poi gettavano nel lago di Fusaro cronometrando quanto tempo ci impiegavano ad annegare.
      Un'altra cosa: vi prego di non fare caso al modo in cui, di punto in bianco, la sottoscritta comincia a parlare di uomini: sono fatta così.
      Ad ogni modo, lo scopo del nostro viaggio era quello di farmi fotografare da Antonio, che era un fotografo dilettante, nello studio che aveva allestito nel suo appartamento. Uno studio che, in verità, io immaginavo pieno di cavalletti, macchine fotografiche, ombrelli di stoffa color argento, faretti di luce bianca e pannelli per i giochi dell'illuminazione, e che invece si rivelò tutt'altro… Comunque. Dovevo farmi fotografare per comparire sulla copertina del disco di esordio di un gruppo heavy metal il cui chitarrista, nonché leader, era un certo Marco, il fratello di Antonio.
      Una sera che eravamo usciti insieme ad Antonio e alla sua ragazza Susy per assistere al primo concerto importante del fratello (RIVERBERI D'AMORE, si faceva chiamare il gruppo, e avrebbe suonato all'interno di una rassegna musicale alternandosi sul palco con altri gruppi rock e punk), dopo l'esibizione, che terminò intorno all'una e mezza, un po' storditi, dalla musica e dal fumo, e indecisi sul da farsi, stabilimmo che una pizza mangiata all'aperto, con i contenitori di cartone poggiati sui cofani delle macchine, era l'idea più salutare e "bestiale!" (l'espressione preferita usata da Antonio per esprimere coinvolgimento) che potesse venirci in mente.
      Fu durante quella serata che Marco, unitosi volentieri al gruppo, approfittando di un momento di distrazione di Fabio (che si era nascosto in un bosco lì vicino per "svuotare il serbatoio"), si avvicinò alla sottoscritta e iniziò a provarci. Devo ammetterlo: la cosa non mi seccò. A dispetto del suo abbigliamento, che ritenevo orribile (pensavo fosse stereotipata l'immagine di un metallaro che dopo un concerto di cinque ore se ne va in giro indossando ancora quei jeans strappati, quella maglietta di cotone nera con sopra stampato uno scheletro che regge una bandiera sbrindellata degli USA, quelle "Converse" sbrindellate, quei bracciali con le borchie, quegli orecchini con le croci a testa in giù, quei pearcing tintinnanti… e invece ho scoperto che non è per niente stereotipata) trovavo Marco molto carino e molto simpatico. Per me i ragazzi sono o carini o simpatici… è quando possiedono entrambe queste qualità che sono da tenere d'occhio. Marco aveva anche un bel sorriso. Denti bianchi. Mi piacciono i ragazzi che sfoggiano un sorriso pieno di denti bianchi. Ma a Marco, chissà perché, nonostante i denti e nonostante il fatto che fosse simpatico e carino, non prestai molta attenzione. Tuttavia, ad ogni modo, non ci tenevo a fare la figura della ragazza che se la tira, la ragazza scostante, la ragazza troppo attaccata al proprio fidanzato. Così gli feci una proposta. Una proposta che prevedeva che quando lui e il suo gruppo avessero finalmente inciso il loro primo disco con una casa discografica di una certa importanza, io avrei posato gratis sulla copertina del loro album. Marco a quel punto mi guardò, un po' imbarazzato, e mi disse che solitamente non apparivano belle ragazze sulle copertine dei dischi Heavy Metal. "Ma cosi sbagli tutto!", gli risposi. "Devi cercare di anticipare le mode, non seguirle!" E lui, come se le sue orecchie non avessero mai ascoltato un'idea tanto intelligente, rispose: "Va bene, allora ci conto". "Oh, bravo," dissi io. "Adesso devo solo cercare di non diventare brutta" (questa, è vero, gliela porsi su un vassoio d'argento. Ma sapete, mi andava di farlo perché Marco era davvero molto simpatico e molto carino). "Sarebbe impossibile", disse, come immaginavo avrebbe fatto. Ebbene: quattro mesi sono passati da allora e il disco "The Run of Love Killers" è disponibile da tempo in (quasi) tutti i negozi di dischi.
      Quando quella giornata decisi che avrei fatto meglio a fare quella telefonata e a dire a Fabio quella cosa importante circa il fatto che intendevo lasciarlo, lo decisi a quel punto - quando rimasi da sola in macchina - perché quello e quello soltanto mi era sembrato il vero momento adatto. Io, già ve l'ho detto, ci tengo moltissimo che quando faccio una cosa o quando devo dire una cosa questa cosa deve essere fatta o deve essere detta durante quello che io ritengo il momento adatto. Il momento adatto, per me, è quel momento che, nemmeno a farlo apposta, più di altri è in grado di valorizzare la cosa che devo fare o la cosa che devo dire. La difficoltà nell'attuare questa mia volontà di fare o di dire una certa cosa durante il momento adatto risiede nel saper riconoscere, e quindi sfruttare, quello che io chiamo il momento adatto. È vero che con il passare del tempo, con l'esperienza, si diventa via via più brave a coglierlo (il momento adatto), ma non è mai detto. Perché il momento adatto si dilegua, si sottrae, e una volta che è passato non è detto che si ripresenti. Durante quella giornata, forse a causa del nervosismo di fondo che mi animava (dovuto in special modo alle mie "cose"), se ne erano presentati di diversi di attimi che mi erano sembrati momenti adatti, e ognuno, devo essere sincera, mi aveva quasi tratta in inganno.
      Quando, intorno alle cinque e mezza, quel giorno tornai a casa dai miei (dopo aver trascorso gran parte della giornata dando una mano alla mia amica Silvia che proprio in quel periodo stava traslocando in un nuovo appartamento), ero stanca, sudata, di umore nero, non avevo voglia di vedere nessuno e il pensiero di dover confessare a Fabio che intendevo lasciarlo (e che stava perseguitandomi già da qualche settimana) proprio in quel frangente aveva preso a torturarmi con maggiore insistenza. Risultato: stavo per impazzire, dilaniata da necessità che si contraddicevano a vicenda: volevo sia non vedere nessuno sia vuotare il sacco con Fabio. Quale di questi due impulsi l'avrebbe spuntata? Quale dei due momenti adatti si sarebbe fatto vivo per primo? La risposta a queste domande si materializzò non appena entrai in casa e vidi mia madre venirmi in contro lungo il corridoio, con le pattine ai piedi, reggendo con le mani un grosso pacco con su un lato una scritta a pennarelli che diceva: COSTUME. Mia madre, che (non ho mai saputo per quale motivo) nutriva per Fabio una fortissima simpatia, non mi diede nemmeno il tempo di togliermi il cappotto e di posare la borsetta sulla stufa che sta all'ingresso come facevo di solito, che subito mi disse: "vedi di non perdere tempo perchè Fabio ha cercato di rintracciarti tutto il giorno per dirti che lui più tardi passa a prenderti per portarti da un suo amico per quella storia della foto e ha detto anche che il costume che sta dentro questa scatola devi indossarlo subito per vedere se ti sta".
      Mia madre, ovviamente, non si espresse proprio in questo modo, ma il succo di quanto aveva da dirmi credo di averlo riportato in maniera corretta. E poi sapevo bene a quale storia della foto Fabio si riferisse, e sapevo anche che Fabio non sopportava attendere più del dovuto sotto al palazzo dopo che mi aveva avvertito di non fare tardi. E siccome non mi conveniva litigare per un motivo così stupido (che per altro non aveva niente a che fare con il mio proposito) prima di confessare al mio ragazzo che intendevo lasciarlo - ci saremmo dovuti allora riappacificare lasciando trascorre come da prassi qualche giorno stando senza vederci (il che avrebbe rinvigorito il mio dolore, che a quel punto era in gran parte provocato dal fatto di non poter dire quanto prima a Fabio che volevo lasciarlo) - capii che il primo ostacolo verso il momento adatto era stato superato e che a quel punto dovevo solo fare quello che Fabio aveva lasciato detto a mia madre.
      Più tardi, quando Fabio venne a prendermi, segnalando la sua presenza giù al palazzo con un paio di colpi di clacson, scesi le scale tutta rossa in viso, piena di vergogna, perché temevo che qualcuno dei condomini, affacciandosi sul pianerottolo, potesse imbattersi in una strana ragazza con addosso un costume appariscente. Poi, in macchina, con Fabio, mi sentii al sicuro da sguardi indiscreti (ironia della sorte: non pensavo che da lì a un paio di giorni sarei finita "conciata in quel modo" sulla copertina di un disco di heavy metal in vendita nei migliori negozi di musica).
      Ora. Fabio quando è al volante è uno di quei ragazzi che parlano poco, anzi: non parlano affatto. Non nel senso che altrimenti, trovandosi da soli, parlerebbe da solo, ma proprio nel senso che quando siamo in macchina non mi rivolge mai la parola. E lo stesso faccio io. Sono stata con altri tre ragazzi prima di conoscere Fabio, e quasi tutti mentre viaggiavano non facevano altro che parlare: di politica (quasi niente; solo una volta, quando sono stata insieme ad uno iscritto a Forza Nuova i cui discorsi tediosi però contribuirono non poco affinché lo mollassi nel giro di un paio di giorni); di letteratura (a volte, ma quelli che leggono i libri, o, peggio ancora, quelli che i libri si mettono in testa di riuscire a scriverli, cerco sempre di evitarli); di sport (in quantità spropositate: il calcio, in tutte le salse, ma anche l'automobilismo e la pallacanestro); di scazzi con i compagni (sempre e comunque: in tutti questi anni di appuntamenti e uscite e scopate ho ascoltato un tale assortimento di raccontini erotici e imbecillità varie da far accrescere, e di molto, il disprezzo di fondo che nutro per gli uomini); di altre coppie conosciute che si lasciavano o addirittura si sposavano (ma solo a volte, e solo se sollecitati). Fabio invece no. Non che non fosse un bravo conversatore. Quando andavamo insieme a ballare con il gruppo di amici o ci presentavamo all'inaugurazione di un locale con gente appena conosciuta, devo ammetterlo, ammiravo fin quasi ad invidiarla la sua capacità di rompere il ghiaccio, di portare avanti un discorso sugli argomenti più diversi. Ma evitava di parlare mentre guidava perché ci teneva ad essere sempre concentrato. Il fatto era che quando Fabio aveva diciotto anni (aveva da poco superato l'esame della patente) suo padre era morto in un incidente stradale proprio a causa di una distrazione. Uno zio di Fabio che quel tragico giorno era in macchina col padre - e che, per sua fortuna, dall'incidente riportò solo qualche frattura - stava intrattenendo il cognato con una serie di discorsi sulle qualità curative della malva. Per fortuna, io questo l'ho saputo tempo dopo. Altrimenti non so immaginare che razza di tensione nervosa sarei stata in grado di accumulare durante i nostri spostamenti sapendo che il solo pensiero che circolava nella testa di Fabio mentre si trovava al volante era il terrore che anche la più piccola disattenzione potesse farlo finire fuori strada - e io con lui - e da lì spedirlo dritto dritto all'altro mondo.
      Contro ogni mia previsione, quando quel giorno mi trovavo in macchina con Fabio (che era venuto a prendermi per portarmi nello studio del suo amico Antonio che doveva fotografarmi per farmi comparire sulla copertina del disco del gruppo rock del fratello Marco), mentre ero alla ricerca del momento adatto per dire a Fabio che intendevo lasciarlo, Fabio mi sembrava costantemente sul punto di dire anche lui qualcosa. Qualcosa che mi pareva importante almeno quanto la cosa che intendevo dirgli io. Solo che non ci riusciva, e allora se ne stava zitto. Ma chiuso in un silenzio diverso, dissimulando il proprio imbarazzo (con il solo risultato di accentuarlo) attraverso una serie di gesti. Come quando stringeva la mano destra sulla leva del cambio fino a far divenire bianche le nocche; oppure mentre apriva e chiudeva il vano per la cenere delle sigarette (ma nessuno di noi due fumava); o quando controllava e riposizionava lo specchietto retrovisore; o allentava la cintura di sicurezza che gli premeva di taglio sul collo; o si accarezzava il mento come se avesse avuto la barba o il pizzetto (Fabio, a parte i capelli, i peli pubici, e quelli sotto le ascelle, è del tutto glabro); o cambiava frequentemente stazione alla radio; o cercava chissà quale canzone nel cd dentro al lettore e così via, cose di questo genere.
      Fu durante uno di questi innumerevoli falsi allarmi che pensai - ammesso e non concesso che fossi stata in grado di acciuffare il vero momento adatto quando si fosse presentato - a quali vantaggi avrei ottenuto se avessi rivelato a Fabio le mie intenzioni di lasciarlo durante il nostro viaggio di andata oppure se avessi rivelato a Fabio le mie intenzioni di lasciarlo durante il nostro viaggio di ritorno. Rivelandoglielo durante il nostro viaggio d'andata, cioè telefonandogli dalla cabina sul cellulare mentre cercava di raggiungere a piedi il distributore ESSO, in qualunque modo avesse reagito alla notizia, credo che alla fine mi avrebbe comunque portata a fare le foto (quantomeno per non fare un torto al suo amico Antonio e al fratello di lui, Marco). Soltanto, dopo, ero costretta a tornarci a casa insieme (e se se ne usciva con una cosa del tipo: "Ah, mi lasci? E allora mi lasci ora: me ne torno a casa. Da solo" che fine ci facevo? Ecco che fine ci facevo: avrei chiesto ad Antonio se cortesemente poteva ospitarmi quella notte così che il giorno dopo sarei salita su una corriera per tornarmene buona buona da dove ero venuta); rivelandoglielo durante il nostro viaggio di ritorno, invece, diciamo a metà percorso, una volta immessi sulla tangenziale, sono sicura che Fabio, una volta afferrato il messaggio, ci avrebbe pensato due volte prima di, non dico mettersi ad urlare, ma almeno provare a voltarsi verso la sottoscritta per guardarla negli occhi e cercare di capire se si trattava di uno scherzo oppure no; perché Fabio quando guidava, voleva essere sempre vigile e attento sulla guida. Ma c'era un problema: dire una cosa del genere a Fabio, una cosa così grave, dirgliela mentre guidava, nonostante il suo forte autocontrollo, avrebbe potuto sorprenderlo comunque, e distrarlo in maniera eccessiva, magari scatenando in lui una serie di conseguenze che al momento non volevo nemmeno immaginare (ma non ci riuscivo, per cui ecco che nella mia testa si materializzava l'immagine della nostra auto che capitombolava giù da un crepaccio - noi due che non riuscivamo a lanciarci, al volo, fuori dalle portiere spalancate - per poi frantumarci al suolo ed esplodere in una nube di fuoco e fumo…). No, questo era da escludere. Non potevo fidarmi della sua reazione. Dovevo dirglielo per telefono, non mentre guidava. Era più sicuro. E dovevo dirglielo all'andata. Poi, una volta da Antonio, magari tra una foto e l'altra, avrei pensato a come tornarmene qualora Fabio avesse deciso di lasciarmi a piedi. Non avevo più dubbi: era quello il momento adatto.
      Quando quella sera, finalmente, decisi di chiamare Fabio dalla cabina (quella che si trovava nel parcheggio vuoto e buio dove avevamo sistemato la macchina per toglierla di mezzo alla strada in modo che non ostruisse il traffico) per dirgli una volta per tutte che intendevo lasciarlo, pensai che avrei fatto meglio a mettermi qualcosa addosso prima di scendere dall'auto, perché il costume che indossavo non era adatto al clima freddo e ventoso che mi aspettava fuori dall'abitacolo. Sfortunatamente non avevo con me nient'altro che il costume che Fabio mi aveva detto di indossare quella sera compreso una parrucca bionda (molto fastidiosa perché mi faceva cozzare con la testa contro il tettuccio dell'auto e che, per questo motivo, avevo abbandonato sul sediolino posteriore). Per un momento, fissandola riflessa nello specchietto, adagiata come una giacca o un paio di pantaloni che hanno assunto per terra una forma strana, mi è ritornata in mente la sorpresa che ho provato quando a casa ho aperto la scatola che mi porgeva mia madre e che la conteneva insieme al resto del costume. Si trattava di una versione, piuttosto fedele, del vestito indossato da un'attrice che interpretava quell'aliena cattiva in un film di fantascienza di cui recentemente hanno girato un remake: stivali bianchi alti fino al ginocchio, calze fucsia, gonna a campana, cinturone nero largo, stretto in vita, ampia scollatura a mezzaluna. A casa l'ho indossato davanti allo specchio, senza entusiasmo. Solo che poi, chissà, forse per noia, ho iniziato ad assumere tutta una serie di goffe pose da star: piegandomi sulle ginocchia fino ad accovacciarmi; arcuando la schiena; mettendo il petto in fuori; facendo finta di impugnare un'ipotetica pistola a raggi x (e sparando alla mia immagine riflessa); passandomi le mani lungo i fianchi fino ai seni; pronunciando le labbra; ballando come ballavano i balli le donne degli anni '50; correndo su me stessa (e guardandomi dietro le spalle fingendo di essere inseguita da orde di alieni eccitati e maneschi)… poi, ad un certo punto, mia madre ha bussato alla porta della mia camera per chiedermi cos'erano questi rumori, e io le ho risposto niente mamma, tutto a posto, che vuoi che sia, sono solo io.
      Così ero conciata (parrucca a parte, quindi) quando aprii la portiera, uscii dalla macchina e mi diressi verso la cabina del telefono.
      Avevo ragione. Fuori faceva freddo, l'aria era gelida e il vento sembrava soffiare in tutte le direzioni. Era buio, e le uniche fonti luminose, a parte le stelle bianche in cielo, diradate, erano i fari giallognoli dell'auto di Fabio proiettati però nella direzione opposta alla mia. Il parcheggio era ricoperto di ghiaia. Mi fischiavano le orecchie, e non sentivo i sassolini stridere sotto le suole di gomma degli stivali. Entrai nella cabina. Di là dal vetro scorgevo il fianco di una montagna. Non capivo se era coperto da cespugli o alberi o semplicemente spoglio. Era talmente nero, comunque, da mescolarsi e confondersi con il cielo che gli faceva da sfondo. Sollevai la cornetta, infilai la scheda, composi il numero di cellulare di Fabio. Primo squillo (per fortuna c'era campo: i ripetitori in montagna funzionano che è una bellezza). Secondo squillo: niente. Terzo squillo: niente ancora.
      Fabio avrebbe risposto al quinto squillo (e io questo lo so perché questa storia, questa storia che sto raccontando, oramai, è storia passata), ma io solo al quarto, come una stupida, mi accorsi che a furia di rincorrere il momento adatto per confessargli quella cosa così importante non avevo affatto pensato al modo e, soprattutto, a quali parole utilizzare per dirgliela.
      Pronto? Pronto…
      E poi: attraverso quella confessione, quale idea di me volevo trasmettergli? Mentre gli parlavo, dovevo forse infilare uno "scusa" ogni due, tre frasi? Dovevo essere io stessa, con le mie parole, a definirmi, a disprezzarmi, dipingendomi pateticamente come - ma in fin dei conti non lo ero? - una volgare, banale stronza? Dovevo ammettere di essere una che corre dietro al primo che passa? E questa mia scelta poi, questo mio atteggiamento, mi chiedevo, avrebbe fatto piacere a Fabio? E poi: intendevo davvero fargli piacere? Questo mio commiserarmi, questo mio piangermi addosso, lo avrebbe davvero appagato? Cioè, avrebbe sul serio smorzato la sua rabbia, quel rancore che per sempre mi avrebbe riservato? Semplificando: lo avrei forse reso meno infelice? Non gli stavo comunque confessando che non intendevo vederlo più, che intendevo lasciarlo per sempre? Non era un comportamento da ipocriti?
      Pronto! Ma chi parla?!
      E dovevo provare ad emozionarlo, ancora, coinvolgendolo per l'ultima volta nella mia vita? O magari fuggirlo, mostrarmi come da dietro un vetro, esponendogli asetticamente i fatti, solamente i fatti, e tutto quello che non mi era mai andato, che continuava a non andarmi e che probabilmente non mi sarebbe mai andato bene?
      Ehi!
      Mi conveniva usare il dialetto (che adoperavo ogni volta che sapevo di incorrere nella sua disapprovazione in modo da rendermi buffa e vedere se la sfangavo), oppure un italiano freddo, scostante? Dovevo pronunciare frasi lunghe, articolate, piene di subordinate (cercando, con il solo uso del tono della voce soffiato attraverso la cornetta, di materializzare nella sua mente una gragnola di virgole, punti, trattini e parentesi); o dovevo invece optare per le frase secche, statiche (a quel punto la sua testa sarebbe stata crivellata dai punti come un muro sarebbe stato forato dai proiettili di un mitra).
      Antonio, ma sei tu? C'è un disturbo alla linea… Guarda che il distributore l'ho trovato! Un quarto d'ora, un quarto d'ora e siamo da te… pronto, pronto ma mi senti?
      Domande, domande, domande. All'improvviso s'erano dischiuse a centinaia nella mia testa simili a ventagli. Eppure altre volte avevo affrontato e superato il momento adatto. Cosa c'era di diverso questa volta? Forse era il telefono. Quel suo modo di far filtrare, della mia persona, solo la voce, lasciando da parte il resto, il mio corpo - quello che, in effetti, avevo sempre creduto la parte di me più espansiva, più comunicante - mi rendeva oltremodo nervosa. Come essere nuda. Ma dentro. E tutta quella moltiplicazione disordinata di quesiti, evidentemente, indicava come… sì, il momento adatto lo avevo individuato, ciò nondimeno quello era solo il primo passo, non più sufficiente ad affrontare e superare quello che mi aspettava dopo. Necessitavo di una maggiore preparazione.
      Ma insomma, chi è?!?
      Quando quella sera decisi di entrare nella cabina telefonica per telefonare a Fabio sul cellulare e dirgli che intendevo lasciarlo, una volta al telefono non riuscii a spiccicare parola. Ascoltai solo la sua voce, impaziente, quasi arrabbiata, che chiedeva un altro paio di volte chi ci fosse dall'altro capo del telefono e poi riattaccai. Di sfuggita, forse, pronunciai anche il suo nome. Ma non posso esserne sicura. Pensai e capii che era meglio pazientare. Nella cabina, sforzandomi di respirare regolarmente, mi guardai intorno. Il buio che mi avvolgeva sembrava acquistare a poco a poco un contorno, un'esile e bianca incorniciatura grazie ai fari di un'automobile che sopraggiungevano da una curva in fondo alla strada. Approfittai di questa transitoria fonte luminosa per tornare nella macchina. Una volta dentro, lo sbalzo di temperatura dal freddo al caldo mi produsse una serie di violenti brividi lungo la schiena, costringendomi a mettere i piedi sul sediolino, tirando le gambe contro il petto, abbracciandomi le ginocchia tremolanti. Girai le chiavi per mettere in funzione il quadro dei comandi perché volevo almeno provare ad accendere il riscaldamento. Un rumore di passi oltre il parabrezza mi dissuase dal farlo. Era Fabio. Era tornato. Aveva riempito la bottiglia di benzina. Lo guardai mentre girava intorno alla macchina, apriva lo sportello che copriva l'ingresso del serbatoio e versava il carburante. Un attimo dopo montava in macchina. Accomodandosi sul sediolino posò il cellulare sul cruscotto. Mi fissò. Non lessi niente in quell'occhiata. La presi come un buon segno. Abbozzai un sorriso. Mi spiegò che mancava poco per arrivare da Antonio. Mise in moto. Dopo un paio di minuti, guidando, mi chiese se poteva accendere il riscaldamento. Sentiva freddo.
      Oh sì, ti prego, gli dissi. Anch'io sento freddo.

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    OGGI: scaletta

    di (05/06/2004 - 15:32)

    No. E' che ci tengo a specificarla, questa cosa. Non è che l'altra volta stessi perdendo tempo (con "TAKEN" intendo... in realtà l'ho semplicemente piazzato - compreso le pubblicità - su una vhs di 180 (perchè dopo davano anche "SIX FEET UNDER") per poi rivederlo con calma quando avrò tempo... chissà quando!).
    In realtà l'altra volta stavo controllando cosa si diceva sui blog.
    E ho trovato una bella sorpresona: Francesco Pacifico ha pubblicato un racconto sul FaM!)...

    Ultimamente ho troppo poco tempo.

    07.00 - sveglia
    08.00 - studio
    14.00 - pausa (di solito guardo il Late Show con David Letterman)
    14.45 - pranzo
    15.00 - lettura del giornale ("Il Mattino". Purtroppo. E purtroppo solo questo)
    15.30 - la lettura prosegue al cesso
    16.00 - studio
    18.45 - vado a prendere mia madre sul lavoro (qua vicino, un paio di chilometri)
    19.00 - studio (poco, ma ancora)
    19.30 - vado dalla mia ragazza (che nel frattempo, durante la giornata, ha studiato anche lei. Ve lo assicuro)
    20.45 - torno a casa per la cena
    21.00 - miscellanea: lettura (quando studio si tratta soprattutto di fumetti: più "facile"... ) o internet (posta, blog...)
    01.30 - sogni d'oro

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    OGGI: il poster che tengo attaccato nella mia cameretta

    di francescogallo (03/06/2004 - 23:24)

    (scusate, è che poco fa ho visto "TAKEN"...)

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    OGGI: della paura circa il complesso di superiorità (e di Giorgio Falco)

    di francescogallo (02/06/2004 - 12:38)

    Passeggio per Napoli, quando ad un certo punto mi viene in mente una cosa. Una cosa che non è una di quelle cose che poi ne esce fuori un racconto (al limite un post per il blog che, a causa della Storia Medioevale, langue). Ad ogni modo. Si tratta di una di quelle cose che ti vengono in mente e che ti fanno arrabbiare. Ti fanno arrabbiare per due motivi: 1) perchè saltano fuori adesso che non c'entra niente con tutte le altre cose che c'ho intorno e 2) soprattutto ti fanno arrabbiare perchè come mai intorno a questa cosa non c'ho mai ragionato così bene come adesso che mi dà così fastidio che mi sia venuta in mente?
    Ma veniamo alla cosa in sè.
    Natale di quando?, un paio di anni fa? Non ha molta importanza.
    Mia madre che mi parla di questo tizio.
    Chiamiamolo Pietro (non è il suo vero nome -- e, posso assicurarvi, non ho usato il suo vero nome dicendovi poi che quello che ho usato non è il suo vero nome perchè tanto so che voi che state leggendo non lo verreste mai a sapere qual è il vero nome in questione... Pietro è proprio un nome che ho scelto a caso, comunque).
    Hai capito France', dice mia madre. Si è rimesso a studiare. Medicina. Va proprio all'università. Come te, in pratica.

    Adesso io vi spiego brevemente chi è e cosa fa Pietro. Pietro è un padre di famiglia (gioca bene a calcetto). Ha una bella moglie (bella sul serio, non si tratta di una frase di circostanza), una figlia carina (questa, invece, è una frase di circostanza... l'ultima volta che l'ho vista, poi, sbraitava, da brava adolescente, per avere il suo motorino -- cosa che ai miei occhi le fa perdere parecchi punti in simpatia perchè per me tutte le adolescenti d'Italia, di questa Italia, dovrebbero sbrigarsi a mettere in funzione il cervello su qualcosa di davvero importante il più presto possibile). La suocera di Pietro (che, dice sempre mia madre, sa ricamare molto bene) vive in casa con loro.
    Pietro e famiglia hanno poi un buon tenore di vita.
    Un OTTIMO tenore di vita.
    Bene.
    Ricordatevi questo dato perchè è importante.

    Adesso ritorniamo a quello che mi stava dicendo mia madre un Natale di quando, un paio di anni fa (ma tanto non ha importanza)? Diceva: l'Università. Come l'Università?, faccio io. E sì, risponde lei. Per fare... non so, la domanda per un aumento... per diventare dirigente... adesso questa cosa non te la so spiegare bene perchè a me questa cosa me l'ha raccontata tua zia per telefono e quella, da dove stava, probabilmente in ufficio, non poteva parlare apertamente di questa cosa... Ho capito, faccio io. Ma qual è il punto? Il punto, continua lei, è che lui s'è accorto che molti suoi colleghi facevano carriera, guadagnavano di più, avevano più soldi, e lui niente. Cioè, gli altri avanzavano di livello e lui... vabbe', hai capito. E  a un certo punto sai cosa s'è detto? No, mamma, non lo so. Cosa s'è detto? S'è detto: Eggià! Ci sono tanti scemi che guadagnano più di me e io che dovrei fare? Lasciarli passare tutti? No che non li lascio passare! Per cui mi metto a studiare! Mi prendo una mini-laurea, o quel che è, e ti faccio vedere subito dov'è che ti arrivo! Largo scemi che arrivo anche io! Questo ha detto France'. Ma secondo te non ha fatto bene? Rispondi, non ha fatto bene? Sì, mamma. Ha fatto bene.

    Questo risposi a mia madre. Una risposta che poi non era mica tanto una risposta. E questo un Natale di quando, un paio di anni fa (ma tanto non ha importanza)?
    Adesso invece le risponderei:

    NO, MAMMA. PIETRO STA SBAGLIANDO TUTTO. E' SEMPRE IL SOLITO DISCORSO: CI SONO TANTI SCEMI CHE GUADAGNANO DI PIU' DI ME... ECCO: TANTI! IL PROBLEMA E' CHE CHI FA QUESTO TIPO DI RAGIONAMENTO SI CONCENTRA SULLA PAROLA TANTI (E SI DICE: TANTO UNO PIU' UNO MENO...) E NON  SI CONCENTRA INVECE SULLA PAROLA SCEMI. MA CHE VUOL DIRE CHE CI SONO TANTI SCEMI! CHE ALLORA DEVO DIVENTARE SCEMO PURE IO?!? E TOGLIERE -- COSA PIU' IMPORTANTE -- DEL TEMPO PREZIOSO ALLA MIA FAMIGLIA PERCHE' UNO) DEVO RIPRENDERE A SEGUIRE I CORSI ALL'UNIVERSITA' E DUE) RIMETTERMI CON LA TESTA SUI LIBRI PERCHE' UNO) C'HO MIA FIGLIA CHE VUOLE IL MOTORINO DUE) MIA MOGLIE CHE DICE IN VACANZA ANDIAMO SEMPRE AL SOLITO POSTO E TRE) LA SUOCERA CHE... MA CHE VUOLE MIA SUOCERA?

    (mia mamma a questo punto mi fisserebbe come fisserebbe un perfetto sconosciuto. Uno sconosciuto con delle "strane" idee)

    E POI DICONO CHE NON E' VERO CHE LE COSE OGGI STANNO ANDANDO SOTTO SOPRA. MA SI', TI DICO, SOTTO SOPRA. COME PERCHE'? MA SE QUESTO, QUESTO CHE MI HAI RACCONTATO, E' IL CLASSICO CASO DI "PAURA DEL COMPLESSO DI SUPERIORITA'"! ASPETTA MAMMA: VUOI DIRMI CHE NON SAI OGGI COS'E' IL COMPLESSO DI SUPERIORITA'? ALLORA TE LO SPIEGO SUBITO IO COS'E' LA PAURA DEL COMPLESSO DI SUPERIORITA'. ALLORA. PRENDIAMO UNO. UNO QUALSIASI. UNO COME PIETRO VA PIU' CHE BENE. UNO CHE, DI SOLITO, IN GENERE, C'HA IL COMPLESSO DI INFERIORITA' (CIOE' QUANDO UNO SI SENTE INFERIORE AGLI ALTRI). VA BENE? A QUESTO PUNTO CHE FA? A QUESTO PUNTO UNO FA DI TUTTO PER RIEMERGERE, NO? PER RIENTRARE NELLA NORMA, FRA QUELLI NORMALI. UNA VOLTA, ALMENO UNA VOLTA, UNO C'AVEVA PAURA DI QUESTA ROBA QUA, DEL COMPLESSO DI INFERIORITA'. OGGI NO. OGGI E' TUTTO IL CONTRARIO. OGGI SI HA PAURA DEL COMPLESSO DI SUPERIORITA'. GUAI AD ESSERE SUPERIORI AGLI ALTRI! PER CARITA': "CI SONO TANTI SCEMI!!!" ECCOLE QUA LE PAROLINE MAGICHE: TANTI SCEMI! E IO NON VORRO' MICA DIVENTARE SUPERIORE A LORO, AGLI ALTRI? NON VORRO MICA DIVENTARE UNA PERSONA INTELLIGENTE? UNA DI QUELLE PERSONE CHE NON COMMETTONO GLI STESSI ERRORI DEGLI ALTRI? PER CARITA'!!! E ALLORA VIA: DIVENTIAMO TUTTI SCEMI  (CHE IN COMPAGNIA SI STA MEGLIO!) SI', TUTTI SCEMI. COME LE PECORE! FACCIAMO TUTTI LE STESSE COSE! ACQUISTIAMO SEMPRE PIU' MOTORINI, ANDIAMO SEMPRE PIU' IN VACANZA ALL'ESTERO E, SOPRATTUTTO, ACCONTENTIAMO LE NOSTRE SUOCERE PERCHE'... MAMMA MA E' POSSIBILE CHE LA SUOCERA DI PIETRO SIA DAVVERO UNA BUONA SUOCERA? NO PERCHE', MAMMA, TU A ME QUESTA COSA ME LA DEVI SPIEGARE! ALLORA, FRA ME E TE, NON TUTTO E' PERDUTO...

    Be', tutte queste cose - cosa più cosa meno - le ho pensate mentre passeggiavo per Napoli.
    Poi sono entrato in una libreria e ho acquistato PAUSA CAFFE', di Giorgio Falco, Sironi Editore.

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    OGGI: fumetti e filmacci

    di francescogallo (26/05/2004 - 23:06)

    Tante, tante cose. Soprattutto di sfuggita.

    Si passa dalla lettura dell'ultimo numero dei FANTASTICI QUATTRO...

    [una storia davvero bella: pensate che il "fantastico quartetto" si è sbarazzato per un po' di tempo di un terribile nemico, il "DOTTOR DESTINO". Solo che REED RICHIARDS, alias MR. FANTASTIC, alias, insomma, MISTER GOMMOLO (così come lo chiama a volte BEN "il-mio-personaggio-MARVEL-preferito" GRIMM, "LA COSA"), nello scontro con il cattivone c'ha rimediato una brutta ferita alla faccia che l'ha lasciato sfigurato.
    E il resto del gruppo, JOHNNY STORM, "LA TORCIA UMANA", la sopracitata "COSA" e la dolce SUE (SUE STORM RICHIARDS, alias LA DONNA INVISIBILE) hanno tutti perso fiducia nelle loro capacità, ovvero i loro superpoteri, da quando FRANKLIN RICHARDS, il figlio di REED e SUE, da quando è tornato dalll'INFERNO, dove l'aveva scaraventato il DOTTOR DESTINO, sembra precipitato in un baratro di autismo dal quale non sembra voler riemergere (ci penserà un toccante sermone di BEN:

    "RICORDO IL GIORNO IN CUI SEI NATO, FRANKLIN. LE RADIAZIONI PRESENTI NEL SANGUE DI TUA MADRE STAVANO PER UCCIDERVI ENTRAMBI. E PER TROVARE UNA CURA DOVEVAMO ANDARE NELLA ZONA NEGATIVA E TROVARE UN TIPO CON LE ALI E DEI DRAGHI MANGIAMETALLO E DELLE SEGHE ELETTRICHE VOLANTI E... E FU UNA COSA TERRIFICANTE E PERICOLOSA, E SICCOME E' STATO TUTTO PER TE... E' UN BEL RICORDO. ALLORA IO TI DICO QUESTO... LA SICUREZZA NON E' POI QUESTA GRAN COSA. NON SE VIVI UNA VITA CHE VALE I RISCHI.").

    Ad ogni modo la cosa davvero pericolosa è che JOHNNY, grazie ad una delle tante macchine del tempo progettate da REED che si trovano nel HQ dei FQ, ha portato REED, e l'altra sua figlia, VALERIA (il nome scelto proprio dal DOTTOR DESTINO il quale, in tempi non sospetti, era il migliore amico di REED), nel XX secolo. E, precisamente, nel XX secolo su un prato dove un giovane DOTTOR DESTINO sta lietamente conversando con la sua ragazza di allora, una certa VALERIA (capìte adesso la scelta del nome della figlia di REED? E poi, in un altro episodio, il DOTTOR DESTINO -- che poi si chiama VICTOR VON DOOM -- sacrificherà questa VALERIA, la ragazza, non la figlia di REED, per ottenere dei poteri MAGICI...). E JOHNNY porge un fucile laser o una cosa del genere a REED dicendogli che se lo spara adesso, se spara a DESTINO, prima che diventi il DOTTOR DESTINO, tutto quello che è capitato a suo figlio FRANKLIN sono succederà mai (insomma: il classico paradosso temporale).

    E un lettore che legge questa storia si aspetta ovviamente che REED non spari. E invece REED spara (e a te lettore ti viene un colpo). Soltanto che REED non spara per uccidere, ma solo per rimediare una ciocca di capelli del DOTTOR DESTINO. Per quale motivo? Questo non si sa ancora (occorrerà aspettare il mese prossimo).

    Però è divertente quello che BEN si limita a scrivere nel suo diario alla fine di questo episodio: "INTANTO, REED STA IN LABORATORIO, A LAVORARE SU UNO DI QUEI SUOI AGGEGGI, CHE UN GIORNO O L'ALTRO CI SCARAVENTERA' IN UN'ALTRA AVVENTURA."]

    fino alla visione di "FUORI DI TESTA" (il primo film horror/splatter scritto, diretto e interpretato di PETER JACKSON, il regista de "Il Signore degli anelli")...

    [ci sono questi alieni dalle sembianze umane che invadono la terra per rendere tutti gli esseri umani carne da macello da utilizzare come alimento base per una catena spaziale di FAST FOOD -- in effetti il titolo originale del film è BAD TASTE ed è tutto un programma! -- e poi ci sono quattro tizi che cercano di fermare questa invasione di ET: uno di loro ha seri problemi psichici (smania di usare il bazzuca -- non so come si scrive e al momento vado troppo di fretta per controllare -- un altro è quello duro (ha sempre un mozzicone di sigaro infilato tra le labbra); uno è quello saggio (ha barba); un altro è quello... bho, non me lo ricordo più cos'era l'altro. Ma non ha importanza, fidatevi. Perchè il film è più che altro un gioioso tripudio di effettacci speciali: teste mozzate, arti frantumati, sangue schizzato, grumi di cervello, vomiti verdastri, spine dorsali sfilate, ammazzamenti, squartamenti, coltellacci che volano da tutte le parti... insomma: lattice, lattice e ancora lattice... senza risparmiare il succo di pomodoro.

    Ma il film secondo me si salva perchè non si prende sul serio nemmeno per un secondo ed è ironico come pochi altri che ho visto (almeno di questo genere). E poi questi tizi devono salvare anche un sacerdote, rappresentante di non so più che cosa, che gli alieni vogliono mangiare, e che nel frattempo hanno denudato e legato braccia e gambe e infilato in un pentolone pieno di acqua con dentro varie verdure e spezie nemmeno si trattasse di una di quelle barzellette sui cannibali de "La Settimana Enigmistica"; e poi, sempre questo prete, quando la prima volta era riuscito a sfuggire alla cattura da parte degli alieni, si è voltato e ha mostrato a quei tizi provenienti dallo spazio non solo il dito ma ha anche fatto un gestaccio che poi è quello disgustoso dell'ombrello.

    E non vi risparmio la scena finale del film, dove il capo degli alieni (che all'inizio è un vecchio e poi si trasforma nel suo aspetto originale -- grossa testa, tipo il mostro di PREDATOR, e chiapponi che hanno lacerato i pantaloni tipo i bicipiti di HULK perchè "è stufo di conservare il goffo aspetto terrestre") entra nella cabina di pilotaggio della Nave Spaziale -- che poi è tutta la villa di stile vittoriano dove gli alieni stavano nascosti -- e si preparara ad andare nello spazio, e tu spettatore vedi proprio una innocua villetta di campagna che si solleva dal suolo ed entra in orbita, e vedi la Luna, Marte, e Giove coi suoi anelli, e ti accorgi che il film è stato girato con un budget davvero ridicolo, perchè la casa/astronave non è altro che un modellino e lo spazio stellato che vedi tutto intorno è un telo fissato con delle puntine... solo che il Capo Alieno non sa che a bordo della casa/astronave c'è uno dei tizi che devono fermara l'avanzata degli ET (uno che prima, nella lotta, quasi a inizio film, precipitando già da un crepaccio, si è spaccato letteralmente la testa, e adesso perde pezzi di materia cerebrale dappertutto, allora lui, di tanto in tanto, li recupera da terra e se li rimette a posto, sigillandosi la capoccia con la cintura che prima gli teneva su i pantaloni e che adesso indossa come una fascia tergisudore) dicevo: questo tizio che deve fermare l'avanzata degli ET uccide il Capo Alieno saltandogli nella testa, armato della sua fidata motosega (volete che non ci sia una fidata motosega in un film horror/splatter?!) passandoci praticamente attraverso: come un tuffo da un trampolino gli entra dalla sommità delle testa e gli esce dal... beh, sì, da lì. E alla fine il tizio che deve fermare l'avanzata degli ET è tutto ricoperto di sangue e muco e altra spaziale robaccia schifosa, ma non fa niente, perchè è contento, lui è riuscito nella sua difficilissima missione, e i suoi amici, nel frattempo, sulla Terra, se ne vanno via, lasciandosi alle spalle la piccola cittadina a bordo di una piccola auto blu con un cartellone che raffigura i BEATLES dietro al parabrezza.]

    ... poi negli altri giorni ho studiato Storia Medioevale.

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    OGGI: questo film che ho visto

    di francescogallo (22/05/2004 - 17:09)

    Ma mi sa che non posso lasciarvi a bocca asciutta. D'accordo, "Velluto Blu", David Lynch, 15esima visione, e poi? E poi... ecco qua. Un articolo di, diciamo così, "giornalismo paraculo", scritto dal sottoscritto, sul regista ideatore di "Twin Peaks".
    Spero vi piaccia.

    Uno

    Questo film che ho visto ha come regista un signore che ha tuttora “in progress”, alla tenera età di 58 anni (è nato il 20 gennaio del 1946), una commedia fantastica (che è un celebre progetto nonché un sogno giovanile). “Ronnie Rocket”, dovrebbe intitolarsi. Il regista di questo film che ho visto lo concepì ai tempi del suo primo lungometraggio, oggi giorno quasi introvabile (e stiamo parlando del mercato per corrispondenza dell’Home Video, roba RAROVIDEO, roba cioè per appassionati stretti), datato 1976. “Ronnie Rocket”, il celebre progetto nonché sogno giovanile, tratterebbe di un’inchiesta. L’inchiesta di un detective, un tizio alto un metro preciso, con i capelli rossi, e che, pensate un po’, funziona con la corrente alternata a 60 watt. Ed è ambientato, contemporaneamente, questo “Ronnie Rocket” all’inizio degli anni ’50 (il regista di “questo film che ho visto” è molto interessato al rock’n roll e agli anni ’50 in particolare) e un secolo esatto dopo, nel futuribile (?) 2050. Il film, pensate un po’, stava per essere realizzato grazie alla moglie famosa-di-per-sé, del regista (la moglie di allora, poi hanno divorziato), e da un (certo) Michael J. Anderson.

     

    Due

    Questo film che ho visto, se escludiamo i cortometraggi di apprendistato (e che durano, rispettivamente: 1’, 4’, 34’, 5’) è il settimo film (o forse dovrei dire ottavo, se consideriamo anche “Lumière et Cie”, il “film muto per la serie francese di film di un minuto commissionati a 40 cineasti per il centenario del cinema, girato con la macchina da presa dei tempio dei Lumière”) di una filmografia che comprende fino ad oggi nove, splendide, pellicole (il regista, tra l’altro, ha anche realizzato alcuni serial televisivi di scarso successo, salvo una famosissima eccezione – forse davvero troppo famosissima per essere ripetuta –, e diverse pubblicità e video musicali e clips e varie attività connesse all’audiovisivo, al fumetto, alla pittura, alla musica e alla canzone).

     

    Tre

    «Anch’io… vorrei essere di pietra… come te.» Mi vergogno un po’ ad ammetterlo, ma l’autore di questo articolo questa battuta l’ha sempre scambiata per una delle battute di uno dei film della filmografia del regista di “questo film che ho visto” (precisamente con uno di quelle pellicole, se includiamo il penultimo della filmografia, più “lineari” e “leggibili”). Trattasi invece della battuta finale del gobbo di Notre-Dame de Paris, Quasimodo, contenuta in una delle tante trasposizioni cinematografiche del famoso romanzo di Victor Hugo. E che forse è quella del 1939, diretta da William Mieterle, con Charles Laughton nelle vesti, soffocate dal trucco, del deforme campanaro, e che l’autore di questo articolo crede di aver visto un giorno, in televisione, su Rete4, quando aveva circa undici anni (mi pare).

    Pensate un po’.

     

    Quattro

    Questo film che ho visto, l’autore di questo articolo non lo ha visto da solo (la prima volta sì, l’ha visto da solo. E sempre da solo fino alla sesta/settima volta). Alla sua ottava volta, invece, l’ha visto insieme alla sua ragazza (la sua ragazza che ODIA tutti i film del regista di “questo film che ho visto”); alle due cugine di lei, la cui più grande compiva in quell’occasione gli anni (non diremo quanti perché non siamo maleducati) e al fidanzato di quest’ultima. E durante la visione, alternativamente, tutti gli spettatori, ad esclusione del sottoscritto autore di “Questo film che ho visto”, hanno esclamato frasi del genere:

    «Mammamiachesonnoquestofilm!»

    (erano appena le ventidue e dieci quando abbiamo inserito la vhs nel videoregistratore e questo parere è stato esclamato dopo appena venti minuti dall’inizio)

    «Maallafinepoisicapisce?»

    (questa domanda invece mi stata fatta più volte, a turno, presentando, grazie al tono della voce, vari gradi di irritabilità e nervosismo, ma invano, perché le labbra dell’autore di questo scritto, ebbene sì, erano sigillate come non mai, ben intese a non rilevare niente del finale a sorpresa)

    «Secondomel’haucccisaluilamoglie!»

    (chi ha avanzato questa ipotesi, posso garantirvelo, non aveva alcun interesse ad afferrare i fatti che si stavano sviluppando sullo schermo -- e questa, badate bene, non si tratta di un’impressione, magari fondata su un certo pregiudizio, provato nei confronti di chi non dà immediati segni di apprezzamento verso chi seleziona i film scelti per serate del genere, cioè il sottoscritto autore di “Questo film che ho visto” -- poiché, sebbene nel film, in un certo senso, si assista ad un uxoricidio, l’uxoricidio in questione non era stato ancora commesso!)

    «Domanidevoandarearitirarelamacchinadalmeccanico!»

    (così, una cosa detta senza alcuna attinenza, sbattendosene del contesto della serata - male minore - e del contesto del film - male peggiore -)

    «Vadoinbagnomaèinutilechemettipausa»

    (in uno dei momenti più emozionanti del film!)

    «Chec’èadessostatetutticongliocchispalancati?!»

    (durante uno di quei rari momenti in cui il film del regista di “Questo film che ho visto” sembra improvvisamente riacquistare una certa logica, o, quantomeno, una semi-linearità, così come abbiamo imparata ad apprezzarla nel 99,99% dei film che vengono generalmente scritti, diretti e distribuiti nelle sale cinematografiche di mezzo mondo se non proprio in tutto)

    «Tiavevodettodiportareunfilm!

    Conunastoriachesicapiscanonquesto“coso”!»

    (rimproverandomi, la mia ragazza, a fine serata, con gli occhi arrossati, comunque carina, leggendo la palese scontentezza sui volti dei nostri ospiti)

    In definitiva, il film del regista di questo film che ho visto non è piaciuto gran che agli amici cui l’ho fatto vedere. Anzi, diciamo pure che non è piaciuto affatto.

    C’è poi una cosa che non è vera; la penultima battuta che avete letta poco sopra. Non l’ha pronunciata nessuno, in realtà. L’ha aggiunta invece l’autore di questo articolo.

    Pensate un po’.

     

    Cinque

    Questo film che ho visto – vi prego di non considerarlo, questo punto cinque dell’articolo “Questo film che ho visto”, una presa in giro o un’inutile sofisticheria – può essere lucidamente riassunto, e spiegato, ricorrendo ad una figura che qui di seguito rappresento:

    img

    Trattasi di una superficie chiamata “Bottiglia di Klein”.

    Il disegno mostra il suo “incapsulamento tridimensionale”, così come immaginato dal suo stesso ideatore Felix Klein (1849 – 1925). La sua particolarità consiste nel fatto di essere, oltre che una superficie ad una sola faccia (cioè con la proprietà che da qualunque punto sulla superficie si può raggiungere qualunque altro

    punto, così come nel film del regista da qualunque momento del film si può raggiungere qualunque altro momento del film), anche una superficie chiusa, senza bordo, priva di contorno, così che, quando andiamo a rappresentarla in uno spazio a tre dimensioni, è inevitabile un suo “schiacciamento”. Uno schiacciamento che produrrà, per forza di cose, delle “complicazioni”, e, in particolare, un’intersezione della superficie con la stessa (così come per il film del regista, la cui visione produrrà effetti controproducenti nei riguardi di tutto quello che pensavamo di sapere circa le regole di logica narrativa e non solo, facendoci a cazzotti).

     

    Sei

    In questo film che ho visto ci sono un sacco di oggetti e situazioni e personaggi e cose in genere che non dovrebbero fare quello che fanno. Ci sono una serie di buste, senza mittente, recapitate sui gradini della casa di uno dei protagonisti, o dei non-protagonisti, del film, con dentro delle strane videocassette, ma strane davvero, e che, chissà, magari vengono pure dall’inferno; c’è un uomo, un uomo impotente e macero, dentro, che suona il sax tenore in un club di jazz parecchio esclusivo, e che odia le telecamere perché preferisce “ricordare le cose a modo mio, non come necessariamente sono avvenute”; e ci sono due coppie di poliziotti, e uno di questi è grasso da fare schifo, che non capiscono niente di niente di tutta la faccenda, epperò interrogano i presunti colpevoli, peperò mollano cazzotti, epperò fanno appostamenti, epperò alla fine si lanciano in un inutile e paradossale inseguimento a bordo delle loro volanti con le sirene spiegate; ci sono una sacco di mani femminili, belle mani femminili, eppure non vorresti mai che ti sfiorassero, quelle mani, con le unghie sempre laccate, di nero o di blu e di qualche altre tonalità che sicuramente m’è sfuggita; c’è la scena di un incendio di una baracca girata al contrario, fino a quando “ sembrava normale” e non era ancora tutto saltato in aria; c’è un Uomo-Che-Nessuno-Sa-Chi-Sia, piuttosto basso, con il volto bianco, le labbra rosse e piccoli denti gialli, il quale, ad un certo punto del film, parla con uno dei Protagonisti/Non-Protagonisti, e gli assicura che lui, l’Uomo-Che-Nessuno-Sa-Chi-Sia, in quel preciso momento, mentre loro due stanno parlando ad una festa – una festa di un tizio che forse è già morto e che forse è la causa di tutto, ma non si sa o non si capisce, perché in fondo il film è fato apposto – lui, l’Uomo-Che-Nessuno-Sa-Chi-Sia, si trova anche, cioè contemporaneamente, nella casa del Protagonista/Non-Protagonista, soltanto che il Protagonista/Non-Protagonista, come potete facilmente intuire, non ci crede affatto ad una assurdità del genere, a questo paradosso, e allora l’Uomo-Che-Nessuno-Sa-Chi-Sia gli presta il suo cellulare e gli dice, al Protagonista/Non-Protagonista, “chiamami”, al che il Protagonista/Non-Protagonista non può fare a meno di digitare il proprio numero di telefono e constatare che, in effetti, dopo appena due squilli, la voce che sente rispondere dal telefono di casa sua, è proprio la voce dell’Uomo-Che-Nessuno-Sa-Chi-Sia, che gli sta di fronte, e che, con mossa sardonica, chiude la conversazione al cellulare dicendo “adesso, ridammi il telefono”!; c’è l’officina di un meccanico, in questo film, dove lavora l’altro Protagonista/Non-Protagonista, quello più giovane, quello che ha appena 19 anni, quello che vive ancora con i genitori, i genitori che trascorrono tutto il loro tempo guardando i documentari in televisione, il Protagonista/Non-Protagonista che viene ritrovato nella cella di un carcere (in effetti lì dove si erano perse le tracce dell’altro Protagonista/Non-Protagonista, quello accusato di uxoricidio); c’è un corridoio, un corridoio sinistro in questo film, bombardato di luci blu e rosse, e delle stanze, contrassegnate da certi numeri, il 25 e il 26, che ritornano nel corso della vicenda; ci sono schiene, in questo film, tante schiene, e ci sono bocche, e denti; beh, e c’è tanta altra roba.

     

    Sette

    Un aspetto che piace molto all’autore di questo articolo, e che riguarda la figura del regista di “Questo film che ho visto”, è il taglio dei suoi capelli.

     

    Finale

    Questo film che ho visto si chiama “Strade Perdute” e il regista di questo film che ho visto si chiama David Lynch.

    L’autore di questo articolo vi consiglia entrambi. Film e regista.

    Pensate un po’.

     

     

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    OGGI: prossime visioni

    di francescogallo (22/05/2004 - 16:14)

    Domani sera, domenica 23 maggio, alle 02.15, CULT NETWORK ITALIA, trasmetterà "VELLUTO BLU", il capolavoro di David Lynch. Sarà la mia 15esima visione. Volevo "festeggiarla" segnalando l'avvenimento sul blog (in realtà si tratta di una scusa per postare qualche immagine).

    A presto.

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    OGGI: un libro che, guarda, non me lo aspettavo proprio

    di francescogallo (19/05/2004 - 16:30)

    Ragazzi, ho appena finito di leggere "CARGO", di Matteo Galiazzo (EINAUDI, Lire 18000 - l'ho comprato, usato, su una bancarella; è una vecchia copia, e per questo non ha il prezzo riportato in euro).
    Spassosissimo!
    O forse dovrei scrivere spassoserrimo (chi ha letto il libro sa a cosa mi riferisco)?

    Devo ammetterlo. All'inizio ho durato un po' di fatica per entrare nella storia (la trama non inizia, o meglio, Matteo non la presenta, nel più convenzionale dei modi), ma una volta entrato... non hai voglia di venirne fuori.
    Ricco di storie.
    E poi: vertiginose accelerazioni narrative (chiamo così i colpi di scena: vertiginose accelerazioni narrative), trovate paradossali, teorie bizzarre, contaminazioni (delle più improbabili)!
    E poi teoremi.
    E teoremi dappertutto: Heisemberg, Godel, Chamberlin...
    E teorie economiche in genere.
    E dialoghi divertentissimi...
    E...

    Ma anche paragrafi incredibilmente seri (in un certo senso un po' amari).
    Come questo:

    "E io davvero ogni tanto mi ritrovo a chiedermi quanta parte dell'attività cerebrale umana sia dedicata semplicemente alle definizioni e alle parole. E quanta importanza abbia la grammatica all'interno dell'attività del nostro cervello.
    E mi chiedo anche quanta della filosofia e della logica di tutti i tempi sia dipesa semplicemente dalle costruzioni grammaticali necessarie a sostenere tali pensieri filosofici e logici. Cioè, quanta dell'analisi della realtà effettuata dalla filosofia sia veramente analisi della realtà e quanta semplicemente analisi grammaticale delle frasi necessarie a descrivere tale realtà. Quante delle cause-effetto osservate siano reali e quante semplicementi grammaticali. Quanta della logica sia veramente logica, anche al di fuori della grammatica necessaria a esprimerla. A me pare che spesso osservare filosoficamente i fenomeni voglia dire semplicemente osservare le frasi necessarie a descrivere questi fenomeni. A me pare che le implicazioni vengano dedotte semplicemente a seconda del modo in cui la grammatica impone le sue conseguenze alle frasi che derivano dalla prima frase. Mi chiedo quanta della matematica e della logica sia unicamente un sistema corretto dal punto di vista grammaticale, senza alcun rapporto con la realtà a cui si pretende di applicarlo. Mi chiedo quanto il sentimento dell'ovvio di tutti i tempi dipende dalla grammatica. E' difficile uscire dalla grammatica per scoprirlo. Ma credo che anche per questo valga il teorema di Godel."

    Niente male, vero?
    Ti vien voglia di saperne di più.
    Magari leggere Hofstadter (Ah, capirlo!).

    Sempre sulla stessa bancarella ho rimediato anche la prima raccolta di racconti di Galiazzo: "Una particolare forma di anestesia chiamata morte".

    So di essere un po' in ritardo (in effetti il libro è uscito nel 1999) e quindi so di stare facendo la figura di chi urla ai quattro venti la scoperta dell'acqua calda... ma non si sa mai. A chiunque fosse sfuggito questo esilarante romanzo (che, tra l'altro, è anche ben scritto), io consiglio di andarselo a cercare in libreria (o magari di spulciare tra i volumi impolverati in una qualche bancarella della sua città, magari è fortunato come il sottoscritto... ma questo non fatelo sapere a Matteo) e di leggerselo tutto d'un fiato.
    Non se ne pentirà!

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    OGGI: un post che non mi è venuto bene

    di francescogallo (15/05/2004 - 15:27)

    Sono le 18:20.
    Torno a casa dall'università.
    Saluto mio padre (in cucina, come oramai ben sapete). Mi saluta a sua volta.
    Vado nella mia stanza. Mi libero di tutto, zaino e giubbino. Faccio crocchiare le ossa della schiena. Mi piego una volta a destra, una volta a sinistra, infine all'indietro (un mio amico, una volta, mi ha detto che conosceva un tizio che c'è morto, facendo così... ma forse voleva solo prendermi in giro).
    Torno in cucina.
    "Francè," dice mio padre. "Là ci sono i film nuovi. Se vuoi darci un'occhiata". Mi indica le videocassette che stanno sulla mensola sopra il televisore.
    "Ah" dico io.
    Prendo la busta. La apro. Ce ne sono tre.
    La prima: "EQUILIBRIUM" (mai sentito. Mio giudizio - una volta visto - : "Mah!");
    la seconda: "BAD BOYS II" (quello con Will Smith. Mio giudizio - una volta visto - : "Mah!");
    la terza: "KILL BILL" vol.1 (Mio giudizio: TARANTINO, I LOVE YOU!).
    Da parte: il film del regista di "LE IENE". Il resto: dov'era.
    Nella mia stanza.
    Infilo "KILL BILL" vol. 1 nel videoregistratore.
    Mando il nastro indietro.
    PLAY.
    Ascoltare di nuovo Nancy Sinatra che canta "BANG BANG (MY BABY SHOT MY DOWN)" è bellissimo.
    Rivedo il film.
    Qualcosa non va.
    Le immagini sono sbiadite, troppo lucide, fruscii... provo a regolare un po' i comandi. Non succede niente. Infastidito, schiaccio EJECT e tiro fuori la vhs. Apro lo sportellino rattangolare sul retro della cassetta. Do un'occhiata al nastro. E' liscio, pulito. Mi rigiro la videocassetta tra le mani. Sembra tutto a posto. C'è anche l'etichetta lucida dei diritti SIAE...
    AH AH!
    Ucci ucci, sento odor di [non mi viene la rima]...
    Non è tutto a posto.
    Infilo la videocassetta nella custodia. Spengo la tivù. Mi infilo il giubbino. Mi ri-affaccio in cucina.
    "Babbo, io scendo un attimo. Torno subito."
    "Va bene."
    La videoteca dove mio padre di solito noleggia i film si trova a duecento metri scarsi da dove abito io. Il titolare, G*, lo conosco da quando ero bambino. Mio padre mi portava a noleggiare cassette fin da piccolo (cartoni animati - soprattutto - e, più di una decina di volte, il film di Spielberg "LO SQUALO" - che resta il mio film-feticcio preferito).
    E una cosa così non me la sarei mai aspettata.
    Entro.
    Bene. Niente clienti.
    Sulla destra, dietro al computer, c'è il figlio del titolare. E' un ragazzo noioso, colorito della pelle olivastro. Grasso. Specialmente le dita. Quando batte sui tasti della tastiera per consultare l'archivio - giuro - può usare solo la punta dei mignoli (fa un movimento tipo come se lavorasse all'uncinetto).
    Gl