OGGI
Tutta la mattinata da solo.
Ieri s'è fatto tardi. Pizza con E*. Ritorno a casa verso la mezza.
C'è mio padre in cucina (mio padre sta sempre in cucina) a guardare la televisione. Mi dice: "Guarda che tuo fratello dorme a casa di L*, quindi non ti spaventare se non lo vedi tornare, come al solito, verso le quattro..." Bene: niente puzza di calzini.
Vado in cameretta. Chiudo la porta. Faccio uno squillo sul cellulare di E* per avvisarla che sto bene e non invece agonizzante tra le lamiere accortocciate di un orribile incidente stradale. Accendo la televisione. Con calma mi metto il pigiama.
Mio padre entra in cameretta.
"Che dici, lo registri il film, più tardi?"
Mio padre ha questo vizio: parlarmi di argomenti che lui dà per scontati. Mi fa alquanto incazzare. Il primo impulso è quello di saltargli al collo e squarciargli la carotide con un apriscatole arruginito. Il secondo è quello di contare fino a 100 e chiedere possibilmente di cosa Cristo sta parlando (senza usare la parola Cristo).
"Quale film, scusa?" chiedo.
"Come quale! Philadelphia Experiment. Su RAIUNO, all'una meno venti", risponde.
"Ah", dico.
Mio padre ha il pallino per la fantascienza. Da piccolo ('nsomma) mi ha portato a vedere "INDIPENDENCE DAY" (gran bella baracconata di effetti speciali) e "X-FILES" The Movie (entrambi abbiamo il pallino per la fantascienza).
"Che dici, lo registri?"
"Va bene. Nessun problema. Ho anche la cassetta nuova."
(Ma lo farei in qualunque caso. Qualsiasi cosa pur di esaudire le richieste di mio padre. E' il mio modo per stargli alla larga, per difendermi, per non considerarlo).
Mio padre se ne torna in cucina. Poi va in bagno e in fine a letto, a dormire: lo sento russare.
Preparo la vhs. Registro il film sul televisore in cucina, così in cameretta posso guardare quello che mi pare (c'è FUORI ORARIO). Ci sono diversi ritardi (Marzullo, tg1, meteo, estrazioni del lotto). Il film inizia all'una e un quarto. Niente male. A letto finisco di leggere "White Stupid Men" di Michael Moore. Bello.
A questo punto mi si chiudono davvero gli occhi per il sonno.
Mi addormento verso le 3.
Questo, ieri notte.
Stamattina mi sono svegliato con un brutto mal di testa.
Devo essermi agitato parecchio perchè le lenzuola stavano sparse tutte per terra.
Mi alzo. Rifaccio il letto. Metto su un cd. Di solito ascolto la versione acustica di Creep dei RADIOHEAD. E' così anche questa volta. La trovo una canzone fantastica.
Lo sa anche Marco Mancassola.
E resto così, ciondolando per casa, da una stanza all'altra.
Potrei passare la scopa elettrica. Fare qualche servizio... Ma no, non ho voglia di fare niente.
Il mal di testa non molla. Vado a farmi una doccia. Mi ficco sotto l'acqua che scroscia. Mi insapono tutto. Quando esco, lo specchio sul lavandino è annebbiato dal vapore. Svirgolo un po' con la mano per far apparire la mia faccia. Mi asciugo e mi vesto. Jeans larghi, camicia larga, scarpe da ginnastica senza lacci. odio indossare abiti stretti: sentirmi ancora più grasso è proprio l'ultimo dei miei desideri.
Sosto per un po' davanti alla libreria. Scelgo qualcosa da leggere: "Fame", "Fatica" e "Lavoro". Tre racconti contenuti in "Assalto ad un tempo devastato e vile" di Giuseppe Genna. Li ho trovati molto belli, di una terribile e tragica bellezza.
Dopo, metto un altro cd. Questa volta trattasi di Beethoven, Sinfonia 6, la "Pastorale", il primo movimento. Eseguita al pianoforte da Glenn Gould.
Pura manna.
Mi ricordo in cartone Disney, "Fantasia". Quello con i centauri, i puttini e Bacco che viene preso a fulmini e saette da Zeus adirato con gli uomini... certo eh, s'ti cartoni so' terribili!
Poi attacco internet. Controlla la posta. Controllo il blog. Leggo la risposta di giuliomozzi al mio commento su "Il suicidio" di Casadei. Forse giuliomozzi se l'è presa perchè per comunicargli 'sta fesseria non ho usato l'indirizzo e-mail. Oppure no. Magari non se l'è presa affatto. Certe volte (anzi: spesso) giuliomozzi non lo capisco.
E vabbe', niente.
Una normale domenica mattina.
Meglio domani.
All'università.
Mi piace andare all'università.
Sono io che non mi piaccio.
(A ritroso) La giornata del libro
Spero che leggere questo post per voi non costituisca una novità. Perchè se siete dei bibliofili accaniti, e amate i libri almeno quanto il sottoscritto, potreste mangiarvi le mani a morsi per l'occasione perduta. Ma procediamo con ordine. Ieri, 23 aprile, è stata la Giornata Mondiale Del Libro, e il sito della casa editrice minimum fax ha messo a disposizione, unicamente per un arco di tempo di 24 ore - solo per il 23 aprile, quindi - tutti i titoli del suo catalogo con uno sconto del 50%! Io ho letto già buona parte del catalogo "faxiano" (specialmente gli autori di punta della collana SOTTERANEI e CLASSICS) ma ne ho comunque approfittato per ordinare due titoli sui quali da tempo contavo di mettere le mani. Trattasi del romanzo di Rick Moody "La più lucente corona d'angeli in cielo" e, sempre di Moody, "Col pianoforte ero un disastro" (una delle interviste della "Paris Review" che minimum fax raccoglie nella sua collana MACCHINE DA SCRIVERE). Mi faceva gola anche l'autobiografia di Enrico Rava "Note Necessarie" (con tanto di CD) ma, almeno per ora, ho lasciato perdere. Il tutto mi è costato (comprese le spese di spedizione) 9 €. Adesso ogni volta che sento un auto sostare sotto il mio balcone penso che sia il furgone del corriere che mi consegnerà il mio prezioso pacco arancione (mi ricordo quando arrivò "Il rap spiegato ai bianchi" - della coppia Wallace/Costello -. Ero reduce da una supernotte di FUORI ORARIO durante la quale erano stati mandati in onda ovviamente senza interruzioni pubblicitarie due dei più grandi film di Max Ophuls ovvero "NELLA MORSA" e "IL PIACERE" e io avevo tenuto duro restando sveglio per tutte e due le pellicole a furia di caffè freddi e ripetuti sciacqui d'acqua solo per crollare misaramente con i vestiti addosso sulle lenzuola del mio letto verso le 3 e 45 prima dell'inizio di "LETTERE DA UNA SCONOSCIURA". E il mattino dopo - non vi dico nemmeno quale domanda si è affacciata dentro alla mia testa non appena ho aperto gli occhi, me era qualcosa del tipo Ma che ca**o ci faccio su questo PIANETA?!? -, dei ripetuti e insistenti squilli del citofono mi ordinarono di alzarmi, aprire il balcone e le imposte, e vedere chi stesse bussando. "Gallo! Consegne!", ha urlato un tizio, sbattendo il portellone di un furgone. "Sì, sì, scendo. Un a-attimo soltanto." Ho cercato il portafogli, ho controllato che dentro ci fossero soldi a sufficienza, sono sceso. Quella mattina affrontare le tre rampe di scale del palazzo fino al portone è stata una delle cose più pericolose che abbia mai fatto in tutta la mia vita. Mi sembrava di essere entrato in una di quei quadri "paradossali" di ESCHER: su già alto e basso erano inutili convenzioni. Poi è successo che il signore delle consegne non aveva resto per cambiarmi i 20 euro che gli avevo dato e quello è stato dieci minuti buoni a spiegarmi che lui, comunque, non era tenuto a darmi il resto, e che allora il pacco doveva lasciarmelo in consegna alla Posta dove io sarei dovevo andare a ritirarlo. E io stavo ancora dormendo e la realtà aveva gli angoli nebbiosi e tutto sembrava di gelatina biancagrigia. E niente. Una figuraccia tremenda. Quel signore deve avermi scambiato per uno di quei fumati che si fanno di hashish già di mattina presto mentre guardano i cartoni animati su italia uno... e be', ne approfitto per scusarmi pubblicamente con quel signore delle consegne, il quale stava facendo il suo lavoro e che a causa del sottoscritto ha perso un po' del suo tempo prezioso). Spero che questa volta il furgone arriverà in tarda mattinata o, meglio ancora, nel pomeriggio. Garantisco delle prestazioni cerebrali di gran lunga più efficienti.
OGGI: pioggia
Me ne sono beccata un sacco, tornando dall'università. Ero senz'ombrello. Ho camminato a passi veloci, con la testa china, per non beccare le gocce fredde direttamente sulla faccia. A voi non dànno fastidio? Ma per quanto mi sforzassi, era inutile. Qualche minuto, e stavo fissando le lastre lucide del pavè irregolare di Via Mezzocannone attraverso i vetri puntellati dei miei occhiali da vista. I capelli mi pendevano neri e spettinati davanti alla fronte. Avevo paura di scivolare.
Potevo avanzare al centro della strada, ma c'erano le auto; potevo starmene rasente i palazzi, ma lì i goccioloni di pioggia che cadevano erano più grossi. Camminavo un po' qua e un po' là.
Ogni tanto sostavo (spazientito) sotto il telone di un bar; (timido) nell'ingresso di un palazzo, (rannichiato) all'interno di un'impalcatura di ferro e assi di legno di un palazzo da ristrutturare.
Un po' di tempo, sperando che la pioggia scemasse, l'ho trascorso in una libreria.
Amo le librerie.
Voi no? E cosa amate?
Quando giro per le vie di Napoli sono il mio rifugio preferito. Così ho dato un'occhiata fra gli scaffali. Libri. Sempre tanti libri. Troppi. Non ce la farò mai a leggerli tutti. Perchè allora sforzarsi? Non lo so. Oramai mi trovo nel ballo.
E continuo a ballare.
Con sommo dispiacere del mio portafogli.
Ho preso: "La bella di Lodi" di Arbasino (sulla copertina fucsia una splendida Stefania Sandrelli, durante una scena del film omonimo) e "L'ala del turbine intelligente" di Gould (Glenn, IL pianista, quello delle variazioni Goldberg).
Ho ficcato tutto in una tasca del cappotto e sono tornato in strada, attento a schivare gli ombrelli spuntati e i passanti distratti.
Pioveva ancora.
Quando sono arrivato alla stazione, la gente che aspettava (al coperto) mi ha fissato con una espressione di malcelata sorpresa in faccia. "Ehi, gente," volevo dir loro. "Tranquilli. E' solo pioggia!" Invece non ho detto niente.
Ho faticato un po' a tirar fuori gli spiccioli dalla tasca dei pantaloni per comprare il biglietto. Una volta preso, l'ho obbliterato. Ho raggiunto il binario 4. Ho preso posizione in fondo alla banchina. Ho aspettato che il treno arrivasse.
E' arrivato.
Le porte si sono schiuse. Sono salito. Ho preso posto. Odore di umido, sudore, cappotti bagnati. Ho iniziato a leggere. Tra una fermata e l'altra sollevavo lo sguardo per guardare fuori, attraverso i finestrini striati di pioggia.
Ancora pioggia.
Il paesaggio stinto e sgocciolante.
Quaranta minuti dopo, la mia fermata.
Mi sono preparato. Sono sceso.
Adesso pioveva forte. Ho cercato riparo nella stazioncina. Se ricordavo bene, sulla parete in un angolo era affisso un telefono con scheda e gettoni. Mi era parsa una buona idea telefonare a casa e farmi venire a prendere.
Ricordavo male. Non c'era nessun telefono.
Ho affrontato la pioggia.
Doveva star piovendo da molto anche dalle mie parti. Le strade erano tutte allagate. La pioggia, con un effetto fontana, strabordava dai tombini nell'asfalto. Attraversare la strada ha richiesto un salto maldestro nonchè la totale immersione, nell'acqua gelida e marroncina, del mio piede destro. Ho risalito la stradina fino al cancello della mia palazzina. Ho tirato fuori le chiavi dalla tasca interna del cappotto. Ho aperto il cancello. Poi il portone. Quindi ho fatto le scale. La porta di casa. Altra chiave. Sono entrato. Odore di caldo. Ho salutato mio padre in cucina. "Sei tutto bagnato!", mi ha detto. "Se mi chiamavi ti venivo a prendere!". "Non fa niente. Ora mi faccio una doccia." gli ho risposto.
Prima però ho tirato fuori dallo zaino i libri e i quadernoni, sperando che non si fossero inzuppati.
"Oh no... testa di cazzo!"
L'ombrello.
Era sul fondo dello zaino.
Il mio ombrello.
Nello zaino.
Ero convinto di non avercelo.
Mi sono fatto una doccia calda.





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