OGGI: fumetti e filmacci
Tante, tante cose. Soprattutto di sfuggita.
Si passa dalla lettura dell'ultimo numero dei FANTASTICI QUATTRO...
[una storia davvero bella: pensate che il "fantastico quartetto" si è sbarazzato per un po' di tempo di un terribile nemico, il "DOTTOR DESTINO". Solo che REED RICHIARDS, alias MR. FANTASTIC, alias, insomma, MISTER GOMMOLO (così come lo chiama a volte BEN "il-mio-personaggio-MARVEL-preferito" GRIMM, "LA COSA"), nello scontro con il cattivone c'ha rimediato una brutta ferita alla faccia che l'ha lasciato sfigurato.
E il resto del gruppo, JOHNNY STORM, "LA TORCIA UMANA", la sopracitata "COSA" e la dolce SUE (SUE STORM RICHIARDS, alias LA DONNA INVISIBILE) hanno tutti perso fiducia nelle loro capacità, ovvero i loro superpoteri, da quando FRANKLIN RICHARDS, il figlio di REED e SUE, da quando è tornato dalll'INFERNO, dove l'aveva scaraventato il DOTTOR DESTINO, sembra precipitato in un baratro di autismo dal quale non sembra voler riemergere (ci penserà un toccante sermone di BEN:
"RICORDO IL GIORNO IN CUI SEI NATO, FRANKLIN. LE RADIAZIONI PRESENTI NEL SANGUE DI TUA MADRE STAVANO PER UCCIDERVI ENTRAMBI. E PER TROVARE UNA CURA DOVEVAMO ANDARE NELLA ZONA NEGATIVA E TROVARE UN TIPO CON LE ALI E DEI DRAGHI MANGIAMETALLO E DELLE SEGHE ELETTRICHE VOLANTI E... E FU UNA COSA TERRIFICANTE E PERICOLOSA, E SICCOME E' STATO TUTTO PER TE... E' UN BEL RICORDO. ALLORA IO TI DICO QUESTO... LA SICUREZZA NON E' POI QUESTA GRAN COSA. NON SE VIVI UNA VITA CHE VALE I RISCHI.").
Ad ogni modo la cosa davvero pericolosa è che JOHNNY, grazie ad una delle tante macchine del tempo progettate da REED che si trovano nel HQ dei FQ, ha portato REED, e l'altra sua figlia, VALERIA (il nome scelto proprio dal DOTTOR DESTINO il quale, in tempi non sospetti, era il migliore amico di REED), nel XX secolo. E, precisamente, nel XX secolo su un prato dove un giovane DOTTOR DESTINO sta lietamente conversando con la sua ragazza di allora, una certa VALERIA (capìte adesso la scelta del nome della figlia di REED? E poi, in un altro episodio, il DOTTOR DESTINO -- che poi si chiama VICTOR VON DOOM -- sacrificherà questa VALERIA, la ragazza, non la figlia di REED, per ottenere dei poteri MAGICI...). E JOHNNY porge un fucile laser o una cosa del genere a REED dicendogli che se lo spara adesso, se spara a DESTINO, prima che diventi il DOTTOR DESTINO, tutto quello che è capitato a suo figlio FRANKLIN sono succederà mai (insomma: il classico paradosso temporale).
E un lettore che legge questa storia si aspetta ovviamente che REED non spari. E invece REED spara (e a te lettore ti viene un colpo). Soltanto che REED non spara per uccidere, ma solo per rimediare una ciocca di capelli del DOTTOR DESTINO. Per quale motivo? Questo non si sa ancora (occorrerà aspettare il mese prossimo).
Però è divertente quello che BEN si limita a scrivere nel suo diario alla fine di questo episodio: "INTANTO, REED STA IN LABORATORIO, A LAVORARE SU UNO DI QUEI SUOI AGGEGGI, CHE UN GIORNO O L'ALTRO CI SCARAVENTERA' IN UN'ALTRA AVVENTURA."]
fino alla visione di "FUORI DI TESTA" (il primo film horror/splatter scritto, diretto e interpretato di PETER JACKSON, il regista de "Il Signore degli anelli")...
[ci sono questi alieni dalle sembianze umane che invadono la terra per rendere tutti gli esseri umani carne da macello da utilizzare come alimento base per una catena spaziale di FAST FOOD -- in effetti il titolo originale del film è BAD TASTE ed è tutto un programma! -- e poi ci sono quattro tizi che cercano di fermare questa invasione di ET: uno di loro ha seri problemi psichici (smania di usare il bazzuca -- non so come si scrive e al momento vado troppo di fretta per controllare -- un altro è quello duro (ha sempre un mozzicone di sigaro infilato tra le labbra); uno è quello saggio (ha barba); un altro è quello... bho, non me lo ricordo più cos'era l'altro. Ma non ha importanza, fidatevi. Perchè il film è più che altro un gioioso tripudio di effettacci speciali: teste mozzate, arti frantumati, sangue schizzato, grumi di cervello, vomiti verdastri, spine dorsali sfilate, ammazzamenti, squartamenti, coltellacci che volano da tutte le parti... insomma: lattice, lattice e ancora lattice... senza risparmiare il succo di pomodoro.
Ma il film secondo me si salva perchè non si prende sul serio nemmeno per un secondo ed è ironico come pochi altri che ho visto (almeno di questo genere). E poi questi tizi devono salvare anche un sacerdote, rappresentante di non so più che cosa, che gli alieni vogliono mangiare, e che nel frattempo hanno denudato e legato braccia e gambe e infilato in un pentolone pieno di acqua con dentro varie verdure e spezie nemmeno si trattasse di una di quelle barzellette sui cannibali de "La Settimana Enigmistica"; e poi, sempre questo prete, quando la prima volta era riuscito a sfuggire alla cattura da parte degli alieni, si è voltato e ha mostrato a quei tizi provenienti dallo spazio non solo il dito ma ha anche fatto un gestaccio che poi è quello disgustoso dell'ombrello.
E non vi risparmio la scena finale del film, dove il capo degli alieni (che all'inizio è un vecchio e poi si trasforma nel suo aspetto originale -- grossa testa, tipo il mostro di PREDATOR, e chiapponi che hanno lacerato i pantaloni tipo i bicipiti di HULK perchè "è stufo di conservare il goffo aspetto terrestre") entra nella cabina di pilotaggio della Nave Spaziale -- che poi è tutta la villa di stile vittoriano dove gli alieni stavano nascosti -- e si preparara ad andare nello spazio, e tu spettatore vedi proprio una innocua villetta di campagna che si solleva dal suolo ed entra in orbita, e vedi la Luna, Marte, e Giove coi suoi anelli, e ti accorgi che il film è stato girato con un budget davvero ridicolo, perchè la casa/astronave non è altro che un modellino e lo spazio stellato che vedi tutto intorno è un telo fissato con delle puntine... solo che il Capo Alieno non sa che a bordo della casa/astronave c'è uno dei tizi che devono fermara l'avanzata degli ET (uno che prima, nella lotta, quasi a inizio film, precipitando già da un crepaccio, si è spaccato letteralmente la testa, e adesso perde pezzi di materia cerebrale dappertutto, allora lui, di tanto in tanto, li recupera da terra e se li rimette a posto, sigillandosi la capoccia con la cintura che prima gli teneva su i pantaloni e che adesso indossa come una fascia tergisudore) dicevo: questo tizio che deve fermare l'avanzata degli ET uccide il Capo Alieno saltandogli nella testa, armato della sua fidata motosega (volete che non ci sia una fidata motosega in un film horror/splatter?!) passandoci praticamente attraverso: come un tuffo da un trampolino gli entra dalla sommità delle testa e gli esce dal... beh, sì, da lì. E alla fine il tizio che deve fermare l'avanzata degli ET è tutto ricoperto di sangue e muco e altra spaziale robaccia schifosa, ma non fa niente, perchè è contento, lui è riuscito nella sua difficilissima missione, e i suoi amici, nel frattempo, sulla Terra, se ne vanno via, lasciandosi alle spalle la piccola cittadina a bordo di una piccola auto blu con un cartellone che raffigura i BEATLES dietro al parabrezza.]
... poi negli altri giorni ho studiato Storia Medioevale.
OGGI: questo film che ho visto
Spero vi piaccia.
Uno
Questo film che ho visto ha come regista un signore che ha tuttora “in progress”, alla tenera età di 58 anni (è nato il 20 gennaio del 1946), una commedia fantastica (che è un celebre progetto nonché un sogno giovanile). “Ronnie Rocket”, dovrebbe intitolarsi. Il regista di questo film che ho visto lo concepì ai tempi del suo primo lungometraggio, oggi giorno quasi introvabile (e stiamo parlando del mercato per corrispondenza dell’Home Video, roba RAROVIDEO, roba cioè per appassionati stretti), datato 1976. “Ronnie Rocket”, il celebre progetto nonché sogno giovanile, tratterebbe di un’inchiesta. L’inchiesta di un detective, un tizio alto un metro preciso, con i capelli rossi, e che, pensate un po’, funziona con la corrente alternata a 60 watt. Ed è ambientato, contemporaneamente, questo “Ronnie Rocket” all’inizio degli anni ’50 (il regista di “questo film che ho visto” è molto interessato al rock’n roll e agli anni ’50 in particolare) e un secolo esatto dopo, nel futuribile (?) 2050. Il film, pensate un po’, stava per essere realizzato grazie alla moglie famosa-di-per-sé, del regista (la moglie di allora, poi hanno divorziato), e da un (certo) Michael J. Anderson.
Due
Questo film che ho visto, se escludiamo i cortometraggi di apprendistato (e che durano, rispettivamente: 1’, 4’, 34’, 5’) è il settimo film (o forse dovrei dire ottavo, se consideriamo anche “Lumière et Cie”, il “film muto per la serie francese di film di un minuto commissionati a 40 cineasti per il centenario del cinema, girato con la macchina da presa dei tempio dei Lumière”) di una filmografia che comprende fino ad oggi nove, splendide, pellicole (il regista, tra l’altro, ha anche realizzato alcuni serial televisivi di scarso successo, salvo una famosissima eccezione – forse davvero troppo famosissima per essere ripetuta –, e diverse pubblicità e video musicali e clips e varie attività connesse all’audiovisivo, al fumetto, alla pittura, alla musica e alla canzone).
Tre
«Anch’io… vorrei essere di pietra… come te.» Mi vergogno un po’ ad ammetterlo, ma l’autore di questo articolo questa battuta l’ha sempre scambiata per una delle battute di uno dei film della filmografia del regista di “questo film che ho visto” (precisamente con uno di quelle pellicole, se includiamo il penultimo della filmografia, più “lineari” e “leggibili”). Trattasi invece della battuta finale del gobbo di Notre-Dame de Paris, Quasimodo, contenuta in una delle tante trasposizioni cinematografiche del famoso romanzo di Victor Hugo. E che forse è quella del 1939, diretta da William Mieterle, con Charles Laughton nelle vesti, soffocate dal trucco, del deforme campanaro, e che l’autore di questo articolo crede di aver visto un giorno, in televisione, su Rete4, quando aveva circa undici anni (mi pare).
Pensate un po’.
Quattro
Questo film che ho visto, l’autore di questo articolo non lo ha visto da solo (la prima volta sì, l’ha visto da solo. E sempre da solo fino alla sesta/settima volta). Alla sua ottava volta, invece, l’ha visto insieme alla sua ragazza (la sua ragazza che ODIA tutti i film del regista di “questo film che ho visto”); alle due cugine di lei, la cui più grande compiva in quell’occasione gli anni (non diremo quanti perché non siamo maleducati) e al fidanzato di quest’ultima. E durante la visione, alternativamente, tutti gli spettatori, ad esclusione del sottoscritto autore di “Questo film che ho visto”, hanno esclamato frasi del genere:
«Mammamiachesonnoquestofilm!»
(erano appena le ventidue e dieci quando abbiamo inserito la vhs nel videoregistratore e questo parere è stato esclamato dopo appena venti minuti dall’inizio)
«Maallafinepoisicapisce?»
(questa domanda invece mi stata fatta più volte, a turno, presentando, grazie al tono della voce, vari gradi di irritabilità e nervosismo, ma invano, perché le labbra dell’autore di questo scritto, ebbene sì, erano sigillate come non mai, ben intese a non rilevare niente del finale a sorpresa)
«Secondomel’haucccisaluilamoglie!»
(chi ha avanzato questa ipotesi, posso garantirvelo, non aveva alcun interesse ad afferrare i fatti che si stavano sviluppando sullo schermo -- e questa, badate bene, non si tratta di un’impressione, magari fondata su un certo pregiudizio, provato nei confronti di chi non dà immediati segni di apprezzamento verso chi seleziona i film scelti per serate del genere, cioè il sottoscritto autore di “Questo film che ho visto” -- poiché, sebbene nel film, in un certo senso, si assista ad un uxoricidio, l’uxoricidio in questione non era stato ancora commesso!)
«Domanidevoandarearitirarelamacchinadalmeccanico!»
(così, una cosa detta senza alcuna attinenza, sbattendosene del contesto della serata - male minore - e del contesto del film - male peggiore -)
«Vadoinbagnomaèinutilechemettipausa»
(in uno dei momenti più emozionanti del film!)
«Chec’èadessostatetutticongliocchispalancati?!»
(durante uno di quei rari momenti in cui il film del regista di “Questo film che ho visto” sembra improvvisamente riacquistare una certa logica, o, quantomeno, una semi-linearità, così come abbiamo imparata ad apprezzarla nel 99,99% dei film che vengono generalmente scritti, diretti e distribuiti nelle sale cinematografiche di mezzo mondo se non proprio in tutto)
«Tiavevodettodiportareunfilm!
Conunastoriachesicapiscanonquesto“coso”!»
(rimproverandomi, la mia ragazza, a fine serata, con gli occhi arrossati, comunque carina, leggendo la palese scontentezza sui volti dei nostri ospiti)
In definitiva, il film del regista di questo film che ho visto non è piaciuto gran che agli amici cui l’ho fatto vedere. Anzi, diciamo pure che non è piaciuto affatto.
C’è poi una cosa che non è vera; la penultima battuta che avete letta poco sopra. Non l’ha pronunciata nessuno, in realtà. L’ha aggiunta invece l’autore di questo articolo.
Pensate un po’.
Cinque
Questo film che ho visto – vi prego di non considerarlo, questo punto cinque dell’articolo “Questo film che ho visto”, una presa in giro o un’inutile sofisticheria – può essere lucidamente riassunto, e spiegato, ricorrendo ad una figura che qui di seguito rappresento:

Trattasi di una superficie chiamata “Bottiglia di Klein”.
Il disegno mostra il suo “incapsulamento tridimensionale”, così come immaginato dal suo stesso ideatore Felix Klein (1849 – 1925). La sua particolarità consiste nel fatto di essere, oltre che una superficie ad una sola faccia (cioè con la proprietà che da qualunque punto sulla superficie si può raggiungere qualunque altro
punto, così come nel film del regista da qualunque momento del film si può raggiungere qualunque altro momento del film), anche una superficie chiusa, senza bordo, priva di contorno, così che, quando andiamo a rappresentarla in uno spazio a tre dimensioni, è inevitabile un suo “schiacciamento”. Uno schiacciamento che produrrà, per forza di cose, delle “complicazioni”, e, in particolare, un’intersezione della superficie con la stessa (così come per il film del regista, la cui visione produrrà effetti controproducenti nei riguardi di tutto quello che pensavamo di sapere circa le regole di logica narrativa e non solo, facendoci a cazzotti).
Sei
In questo film che ho visto ci sono un sacco di oggetti e situazioni e personaggi e cose in genere che non dovrebbero fare quello che fanno. Ci sono una serie di buste, senza mittente, recapitate sui gradini della casa di uno dei protagonisti, o dei non-protagonisti, del film, con dentro delle strane videocassette, ma strane davvero, e che, chissà, magari vengono pure dall’inferno; c’è un uomo, un uomo impotente e macero, dentro, che suona il sax tenore in un club di jazz parecchio esclusivo, e che odia le telecamere perché preferisce “ricordare le cose a modo mio, non come necessariamente sono avvenute”; e ci sono due coppie di poliziotti, e uno di questi è grasso da fare schifo, che non capiscono niente di niente di tutta la faccenda, epperò interrogano i presunti colpevoli, peperò mollano cazzotti, epperò fanno appostamenti, epperò alla fine si lanciano in un inutile e paradossale inseguimento a bordo delle loro volanti con le sirene spiegate; ci sono una sacco di mani femminili, belle mani femminili, eppure non vorresti mai che ti sfiorassero, quelle mani, con le unghie sempre laccate, di nero o di blu e di qualche altre tonalità che sicuramente m’è sfuggita; c’è la scena di un incendio di una baracca girata al contrario, fino a quando “ sembrava normale” e non era ancora tutto saltato in aria; c’è un Uomo-Che-Nessuno-Sa-Chi-Sia, piuttosto basso, con il volto bianco, le labbra rosse e piccoli denti gialli, il quale, ad un certo punto del film, parla con uno dei Protagonisti/Non-Protagonisti, e gli assicura che lui, l’Uomo-Che-Nessuno-Sa-Chi-Sia, in quel preciso momento, mentre loro due stanno parlando ad una festa – una festa di un tizio che forse è già morto e che forse è la causa di tutto, ma non si sa o non si capisce, perché in fondo il film è fato apposto – lui, l’Uomo-Che-Nessuno-Sa-Chi-Sia, si trova anche, cioè contemporaneamente, nella casa del Protagonista/Non-Protagonista, soltanto che il Protagonista/Non-Protagonista, come potete facilmente intuire, non ci crede affatto ad una assurdità del genere, a questo paradosso, e allora l’Uomo-Che-Nessuno-Sa-Chi-Sia gli presta il suo cellulare e gli dice, al Protagonista/Non-Protagonista, “chiamami”, al che il Protagonista/Non-Protagonista non può fare a meno di digitare il proprio numero di telefono e constatare che, in effetti, dopo appena due squilli, la voce che sente rispondere dal telefono di casa sua, è proprio la voce dell’Uomo-Che-Nessuno-Sa-Chi-Sia, che gli sta di fronte, e che, con mossa sardonica, chiude la conversazione al cellulare dicendo “adesso, ridammi il telefono”!; c’è l’officina di un meccanico, in questo film, dove lavora l’altro Protagonista/Non-Protagonista, quello più giovane, quello che ha appena 19 anni, quello che vive ancora con i genitori, i genitori che trascorrono tutto il loro tempo guardando i documentari in televisione, il Protagonista/Non-Protagonista che viene ritrovato nella cella di un carcere (in effetti lì dove si erano perse le tracce dell’altro Protagonista/Non-Protagonista, quello accusato di uxoricidio); c’è un corridoio, un corridoio sinistro in questo film, bombardato di luci blu e rosse, e delle stanze, contrassegnate da certi numeri, il 25 e il 26, che ritornano nel corso della vicenda; ci sono schiene, in questo film, tante schiene, e ci sono bocche, e denti; beh, e c’è tanta altra roba.
Sette
Un aspetto che piace molto all’autore di questo articolo, e che riguarda la figura del regista di “Questo film che ho visto”, è il taglio dei suoi capelli.
Finale
Questo film che ho visto si chiama “Strade Perdute” e il regista di questo film che ho visto si chiama David Lynch.
L’autore di questo articolo vi consiglia entrambi. Film e regista.
Pensate un po’.
OGGI: prossime visioni

Domani sera, domenica 23 maggio, alle 02.15, CULT NETWORK ITALIA, trasmetterà "VELLUTO BLU", il capolavoro di David Lynch. Sarà la mia 15esima visione. Volevo "festeggiarla" segnalando l'avvenimento sul blog (in realtà si tratta di una scusa per postare qualche immagine).
A presto.
OGGI: un libro che, guarda, non me lo aspettavo proprio
Ragazzi, ho appena finito di leggere "CARGO", di Matteo Galiazzo (EINAUDI, Lire 18000 - l'ho comprato, usato, su una bancarella; è una vecchia copia, e per questo non ha il prezzo riportato in euro).
Spassosissimo!
O forse dovrei scrivere spassoserrimo (chi ha letto il libro sa a cosa mi riferisco)?
Devo ammetterlo. All'inizio ho durato un po' di fatica per entrare nella storia (la trama non inizia, o meglio, Matteo non la presenta, nel più convenzionale dei modi), ma una volta entrato... non hai voglia di venirne fuori.
Ricco di storie.
E poi: vertiginose accelerazioni narrative (chiamo così i colpi di scena: vertiginose accelerazioni narrative), trovate paradossali, teorie bizzarre, contaminazioni (delle più improbabili)!
E poi teoremi.
E teoremi dappertutto: Heisemberg, Godel, Chamberlin...
E teorie economiche in genere.
E dialoghi divertentissimi...
E...
Ma anche paragrafi incredibilmente seri (in un certo senso un po' amari).
Come questo:
"E io davvero ogni tanto mi ritrovo a chiedermi quanta parte dell'attività cerebrale umana sia dedicata semplicemente alle definizioni e alle parole. E quanta importanza abbia la grammatica all'interno dell'attività del nostro cervello.
E mi chiedo anche quanta della filosofia e della logica di tutti i tempi sia dipesa semplicemente dalle costruzioni grammaticali necessarie a sostenere tali pensieri filosofici e logici. Cioè, quanta dell'analisi della realtà effettuata dalla filosofia sia veramente analisi della realtà e quanta semplicemente analisi grammaticale delle frasi necessarie a descrivere tale realtà. Quante delle cause-effetto osservate siano reali e quante semplicementi grammaticali. Quanta della logica sia veramente logica, anche al di fuori della grammatica necessaria a esprimerla. A me pare che spesso osservare filosoficamente i fenomeni voglia dire semplicemente osservare le frasi necessarie a descrivere questi fenomeni. A me pare che le implicazioni vengano dedotte semplicemente a seconda del modo in cui la grammatica impone le sue conseguenze alle frasi che derivano dalla prima frase. Mi chiedo quanta della matematica e della logica sia unicamente un sistema corretto dal punto di vista grammaticale, senza alcun rapporto con la realtà a cui si pretende di applicarlo. Mi chiedo quanto il sentimento dell'ovvio di tutti i tempi dipende dalla grammatica. E' difficile uscire dalla grammatica per scoprirlo. Ma credo che anche per questo valga il teorema di Godel."
Niente male, vero?
Ti vien voglia di saperne di più.
Magari leggere Hofstadter (Ah, capirlo!).
Sempre sulla stessa bancarella ho rimediato anche la prima raccolta di racconti di Galiazzo: "Una particolare forma di anestesia chiamata morte".
So di essere un po' in ritardo (in effetti il libro è uscito nel 1999) e quindi so di stare facendo la figura di chi urla ai quattro venti la scoperta dell'acqua calda... ma non si sa mai. A chiunque fosse sfuggito questo esilarante romanzo (che, tra l'altro, è anche ben scritto), io consiglio di andarselo a cercare in libreria (o magari di spulciare tra i volumi impolverati in una qualche bancarella della sua città, magari è fortunato come il sottoscritto... ma questo non fatelo sapere a Matteo) e di leggerselo tutto d'un fiato.
Non se ne pentirà!
OGGI: un post che non mi è venuto bene
Sono le 18:20.
Torno a casa dall'università.
Saluto mio padre (in cucina, come oramai ben sapete). Mi saluta a sua volta.
Vado nella mia stanza. Mi libero di tutto, zaino e giubbino. Faccio crocchiare le ossa della schiena. Mi piego una volta a destra, una volta a sinistra, infine all'indietro (un mio amico, una volta, mi ha detto che conosceva un tizio che c'è morto, facendo così... ma forse voleva solo prendermi in giro).
Torno in cucina.
"Francè," dice mio padre. "Là ci sono i film nuovi. Se vuoi darci un'occhiata". Mi indica le videocassette che stanno sulla mensola sopra il televisore.
"Ah" dico io.
Prendo la busta. La apro. Ce ne sono tre.
La prima: "EQUILIBRIUM" (mai sentito. Mio giudizio - una volta visto - : "Mah!");
la seconda: "BAD BOYS II" (quello con Will Smith. Mio giudizio - una volta visto - : "Mah!");
la terza: "KILL BILL" vol.1 (Mio giudizio: TARANTINO, I LOVE YOU!).
Da parte: il film del regista di "LE IENE". Il resto: dov'era.
Nella mia stanza.
Infilo "KILL BILL" vol. 1 nel videoregistratore.
Mando il nastro indietro.
PLAY.
Ascoltare di nuovo Nancy Sinatra che canta "BANG BANG (MY BABY SHOT MY DOWN)" è bellissimo.
Rivedo il film.
Qualcosa non va.
Le immagini sono sbiadite, troppo lucide, fruscii... provo a regolare un po' i comandi. Non succede niente. Infastidito, schiaccio EJECT e tiro fuori la vhs. Apro lo sportellino rattangolare sul retro della cassetta. Do un'occhiata al nastro. E' liscio, pulito. Mi rigiro la videocassetta tra le mani. Sembra tutto a posto. C'è anche l'etichetta lucida dei diritti SIAE...
AH AH!
Ucci ucci, sento odor di [non mi viene la rima]...
Non è tutto a posto.
Infilo la videocassetta nella custodia. Spengo la tivù. Mi infilo il giubbino. Mi ri-affaccio in cucina.
"Babbo, io scendo un attimo. Torno subito."
"Va bene."
La videoteca dove mio padre di solito noleggia i film si trova a duecento metri scarsi da dove abito io. Il titolare, G*, lo conosco da quando ero bambino. Mio padre mi portava a noleggiare cassette fin da piccolo (cartoni animati - soprattutto - e, più di una decina di volte, il film di Spielberg "LO SQUALO" - che resta il mio film-feticcio preferito).
E una cosa così non me la sarei mai aspettata.
Entro.
Bene. Niente clienti.
Sulla destra, dietro al computer, c'è il figlio del titolare. E' un ragazzo noioso, colorito della pelle olivastro. Grasso. Specialmente le dita. Quando batte sui tasti della tastiera per consultare l'archivio - giuro - può usare solo la punta dei mignoli (fa un movimento tipo come se lavorasse all'uncinetto).
Gli spedisco un cenno impercettibile.
Il padre, il titolare, sta di spalle, in fondo al locale, davanti all'espositore dei DVD.
"Salve." dico io.
"Ciao." risponde lui, girandosi.
Ha una certa età, bassino, berretto sempre in testa, capelli bianchi, canottiera, peli sulle spalle. Buffa andatura.
"G*, puoi guardare un attimo una cosa?"
"Subito."
E' ancora gentile e disponibile.
"Che c'è?" chiede.
"E' questa cassetta. L'ha noleggiata oggi mio padre."
"Sì, mi ricordo. E' venuto questa mattina. Già l'ha vista?"
"Non so".
(pausa)
"Io c'ho provato meno di dieci minuti fa."
"..."
(lo guardo. Non coglie l'allusione)
"Capito G*? Ho detto: 'provato'."
"Embè?"
"Embè: gli hai noleggiato, spacciandogliela per originale, una copia pirata."
Lui mi guarda.
Il figlio continua a stare dietro al computer.
"Fammi vedere," dice lui.
Gli porgo la cassetta.
La sfila. Compie le mie stesse operazioni. Stando a quello che vede lui, non trova niente di strano.
"Allora? Io non ci trovo niente di strano..."
"Guarda l'etichetta dei diritti SIAE..."
Abbassa la testa. Gli leggo la scritta sopra la tesa del berretto: MEN.
"Ci sta. Voglio dire: l'etichetta non manca. La cassetta è originale..."
"Hai problemi alla vista?" domando.
"EH!? Che c'è, adesso ti diverti a prendermi in giro?"
"Oh no. Me se ti sforzi un po' di più, leggi che questa etichetta SIAE non è per KILL BILL vol 1."
"No?"
"No. Se leggi bene, ti accorgi che c'è scritto 'HAMBURGER'."
"Bhe... ma sarà una specie di casa di distribuzione! Tipo MEDUSA o CECCHI GORI o FANDANGO..."
"Ti sbagli. La casa di distribuzione è indicata. Quello che manca sull'etichetta è il titolo del film."
"Ma io non l'ho mai visto un film chiamato 'HAMBURGER'!"
"Ti sbagli anche qui. Proprio 'HAMBURGER', no, ma c'è un film, diretto da John Irvin, del 1987, che si chiama 'Hamburger Hill': una storiaccia qualunque sul Vietnam. Buon per te che non l'hai visto. Ma io dico che l'etichetta qualcuno l'ha presa da lì."
G*, sorpreso dal mio citare a memoria, non sa come o cosa ribattere. Alla fine butta fuori un...
"Non penserai che sono stato io..."
"E non pensarai che sono stato io!" rispondo.
A questo punto arriva il figlio di G*. Interrompe la nostra discussione. Allunga il suo grosso braccio cicciuto. Prende il catalogo dei film COMMEDIE. Mi guarda. Torna al suo posto.
Guardo G* che ancora maneggia la videocassetta.
Sul bancone tiene altre cinque copie di "KILL BILL" Vol 1. Vorrei controllare se anche le altre sono copie pirata. Se è così, gli hanno rifilato una brutta fregatura.
"Senti..." mi fa. "Tu e tuo padre siete miei clienti da tanti anni..."
"Appunto..."
"Diciamo che si è trattato di un incidente..."
"Un incidente?!?"
"Sì, un incidente. Questa cassetta non doveva capitare a te."
"Ma come 'non doveva capitare a te'? Che fai, delle discriminazioni? Clienti meritevoli e clienti non meritevoli?"
"Precisamente."
Resto di stucco.
"Ma... come..."
"Dalle consegne. Dipende tutto dalla tempestività delle consegne. Aspetta che ti faccio vedere."
Si cala un attimo dietro il bancone. Torna su con tra le mani un registro ad anelli. ENORME. Prima di aprirlo dice al figlio di mettersi fuori a controllare che per adesso non entri nessuno.
"Dunque," fa G* cominciando a sfogliare.
Sfoglia.
E sfoglia...
"Ecco qua. Leggi tu stesso."
Rigira il registro.
E leggo.
OGGI: Giorgia
Sono contento.
Giovedì, a La Feltrinelli di Piazza dei Martiri, ho accumulato i primi 30 punti di "Carta Più".
Come, non sapete cos'è "Carta Più"?
"Carta Più" è una sottospecie di carta di credito che serve ad ottenere sconti e promozioni nelle librerie Feltrinelli (e nei Ricordi Media Store). Come funziona? Ogni 3 euro di spesa (su qualunque tipo di prodotto: libri - di qualsiasi casa editrice -, cd, dvd, videogames...) ti accreditano 1 punto (ma ci sono anche "2 punti extra per ogni libro Feltrinelli Editore"). Una volta raggiunti 30 punti, ti vengono assegnati 5 euro di sconto (che diventano 15 con 60 punti e 30 con 100).
Da giovedì scorso io ho diritto a 5 euro di sconto su qualunque cosa voglia acquistare in un Ricordi Media Store o in una Libreria Feltrinelli.
Dunque: sono contento.
Però... c'è un però.
Cosa significa, esattamente, 5 euro di sconto?
Qui non si tratta di percentuali (un tot di sconto su un tot di acquisto).
Si tratta di 5 euro.
E, ovviamente, sarà valido una sola volta.
Giusto? Nel senso che se utilizzo sconto, la scorta di punti accumulati si azzera ed ecco che riparto da capo. E allora, per arrivare a 60, a 100 punti? Mh... non utilizzerai lo sconto e continuerai ad accumulare punti.
E se avessi diritto SEMPRE a 5 euro di sconto? Io che, in genere, acquisto libri che hanno un valore che va dai 7 fino ai quindici euro, potrei acquistare tre libri anche con soli 10 euro (entro ed esco dalla libreria acquistando un libro per volta)!
Sto pensando a tutto questo quando giovedì pomeriggio esco dalla libreria e intralcio l'entrata ad una ragazza che mi si ferma davanti.
La guardo.
La riconosco.
Rimasto a bocca aperta, imbambolato.
Lei mi fa: "Scusa, mi faresti passare?"
E io: niente, vuoto, tilt. Non riesco a muovermi.
Il ragazzo che le sta di fianco (e che da subito non ho notato) le sussurra all'orecchio - riferendosi al sottoscritto - una cosa del tipo: "Magari è un addetto alla sicurezza, travestito..."
La ragazza sorride. Mi sorride.
Dice: "Tu devi essere uno di quei super fan..."
E io: "N-no... cioè sì, ma non della compassione... cioè trasmissione. La guardo, a volte... cioè: caspita, dal vivo sei ancora più bella."
(e questa è una cosa niente male da dire a una ragazza, se permettete)
Lei mi fa: "Grazie."
Io: "Oh, prego. Ma ti pare! Anzi, che ne diresti di un autografo?"
Mi sono sbloccato. Adesso sembro molto meno un cretino, non vi pare?
Ma non ho la penna.
Torno dentro.
La chiedo ad una signorina alla cassa.
Torno vittorioso.
Io: "'A Francesco'. Puoi metterci 'con amore'? Ma solo se ti va, eh? Scusa, ma hai del rossetto, sulle labbra? Magari ci puoi stampare uno smack. Che ne dici?"
Lei: "Dico che adesso stai esagenrando!"
Io: "Scusami, scusami. E' solo che..."
Lei: "E comunque mi dispiace. Solo lucidalabbra."
Io: "Ah."
Lei: "Ecco fatto. Ti piace?"
Io: "Oh, sì, bellissimo. Grazie."
Lei: "Grazie a te."
L'altro (ironico): "Ma guardate che ci sono anche io!"
Io: "E lo so, ma sai... qui c'è...
...una ragazza che mi si ferma davanti.
La guardo.
La riconosco.
Fantastico per un attimo ad occhi aperti.
Lei mi fa: "Scusa, mi faresti passare?"
E io (lo sapete già): niente, vuoto, tilt. Non riesco a muovermi.
Dopo un po' mi ripete: "Eh, scusa. Vorremmo entrare."
E io: "Ah... sì, la li... ma certo. Scusa... scusate..."
Mi scanso. Loro due, la ragazza e il ragazzo, entrano nella libreria.
Io non ho nemmeno il coraggio di voltarmi.
Guardo davanti e mi incammino.
Che strano, però.
Giovedì scorso, felice per aver accumulato i miei primi 30 punti su Carta Più, ho avuto a meno di sette centimetri di distanza (abbastanza, ve lo assicuro, per sentirne il profumo dei capelli), uno dei miei miti televisivi personali.
La ragazza che ho involontariamente intralciato e che a momenti impedivo di entrare nella libreria era Giorgia Surina, e fino al 23 maggio condurrà insieme a Marco Maccarini (il ragazzo che era con lei) TRL, il programma più stupido di Mtv da Piazza Dante, qui a Napoli.
OGGI: in dialetto
La lezione di Storia Medioevale tenuta dal Professore Senatore nell'aula B dell'Università Federico II è finita.
Gli studenti si alzano.
Escono.
Io resto dove sono.
Chiudo il quadernone dove ho scritto gli appunti. Da sotto al banco tiro fuori il libro che sto leggendo: "Il nome di Ishmael" di Giuseppe Genna. Mi piace molto. Pagina 358.
Sono al punto in cui l'ispettore David Montorsi dice…
"Ehi! Chi è c'araput 'e fnestre?"
Qualcuno da dietro mi dà uno spintone. Mi fa sbattere contro il bordo del banco. Mi volto.
È il tizio che la mattina apre il cancello a noi studenti, quello all'ingresso del corridoio della facoltà di Lettere e Filosofia. È una specie di bidello, o custode, o un misto di tutte e due le cose. E' tozzo, grassottello. Porta scarpe da ginnastica, jeans scoloriti, polo veccho modello. Ha la testa rotonda e i capelli lisci, brizzolati. Orecchie a sventola.
"Aggio ditto ca cheste null'ata aprì! 'E fnestre, si sbatton, i vetri se scassan, vanno 'a sotto e furnesc ch'accirano a cocc'runo. Pcché l'hai aperta?" mi chiede.
Si sbaglia.
"Io non ho aperto nessuna finestra", dico al tizio.
"Ah, nun si stat tu? E chi è stato? So' stat'io?!"
"Io non ho aperto nessuna finestra" ripeto al tizio.
Il tizio si avvicina.
"Guagliò", mi dice il tizio "tu non me a piglià pe' fesso! Ca' dind' ce stai solo tu!"
Mi volto. Nell'aula, effettivamente, ci sono solo io.
"Non sono stato io. Io non ho aperto nessuna finestra. Quello che l'ha aperta deve essere uscito." dico io.
"Uhm?!" dice il tizio.
"Sì" dico io.
Il tizio si volta.
"Ma lei poi come si permettere?" dico io.
"Pcchè?" dice il tizio, voltandosi.
"Prima mi ha messo le mani addosso. Mi ha spinto!" dico io.
"Ma statt zitt!" dice il tizio.
"Senta..." dico io.
"Guagliò", dice il tizio, venendomi incontro. Sbatte la mano sul banco. Sulle pagine del libro che tengo aperto davanti a me.
"Ehi, la smetta!" dico io.
"L'aggia furnì?" dice il tizio, sarcastico.
"Sì, la smetta subito!" dico io.
"Sinò?" dice il tizio.
Mi dà un altro spintone.
"Cos..." provo a dire io.
"Ah, ah ah ah..." dice il tizio.
Mi alzo di scatto dalla sedia e gli salto addosso. Il tizio è pesante. Io, per sua sfortuna, ancora di più. Cadiamo a terra. Il tizio ha un braccio bloccato dietro la schiena. L'altro, glielo tengo immobilizzato. Dimena le gambe.
"Non s'azzardi mai più a mettermi le mano addosso! Ha capito, brutto figlio di puttana?" dico io.
"AH! Lasciam'! Lasciam' t'aggio ditto!" dice il tizio.
"Voglio le sue scuse!" dico io.
"Sì, sì, vabbuò. M'scus! Perdonm!" dice il tizio.
"In italiano! Siamo all'Università di Lettere e Filosofia Federico II. Voglio le sue scuse in italiano!" dico io.
"Sì. Mi scuso. Chiudo scusa... AH!"
Il braccio. Forse sto per spezzarglielo.
Mi alzo facendo peso su di lui in modo che ancora non possa muoversi.
Poi si rialza anche lui.
Mi guarda sbuffando, tutto rosso in viso.
Cerco di risistemare le pagine del libro che il tizio mi ha sgualcito.
Il tizio chiude ad una ad una tutte le finestre dell'aula.
Esce.
Un attimo dopo entra un ragazzo, uno studente.
Esclama: "Mamma mia, che caldo! No, ma qui non si può stare proprio!"
E dice anche, rivolgendosi a me: "Scusa, ma perchè hai richiuso le finestre? Hai freddo?"
"Sì", gli rispondo. "Sto morendo dal freddo."
Lo studente mi guarda, non sa che rispondere.
Va a sedersi.
Leggo fino a pagina 368.
OGGI: devo riprendermi un attimo
Scusate gente, ma volevo ringraziare sentitamente Marco Candida (e Giulio Mozzi) per aver segnalato, sui rispettivi blog, la comparsa, di recente, di questo mio racconto intitolato "Fermata". L'idea che altre persone possano leggere quello che io ho scritto (che un po' dei miei pensieri abbiano circolato nelle loro teste, che per un po' di tempo sia stato nei pensieri di qualcun altro) mi fa stare intollerabilmente bene.
Grazie.
OGGI: racconto
FERMATA
di Francesco Gallo
Prendo il treno tre volte la settimana. Il lunedì, il martedì e il mercoledì. Metto la sveglia alle 06 e 00. Il treno parte alle ore 07 e 03. A casa, un minuto prima di scendere, mi premuro di controllare se ho i soldi “contati”. Un biglietto UNICO CAMPANIA FASCIA DUE (la tipologia di biglietto che mi occorre per viaggiare dalla mia fermata – FUSARO – a quella dove devo scendere – MONTESANTO –) costa 1 € e 70 centesimi. Io alla biglietteria prendo sempre due biglietti (in verità non dovrei. In verità dovrei comprare un biglietto UNICO GIORNALIERO che costa uguale ed è “buono” fino a mezzanotte per non sprecare i biglietti singoli, i biglietti UNICO CAMPANIA FASCIA DUE, che a volte mancano perfino alla biglietteria). Quindi tutte le mattine preparo sulla mia scrivania un totale di 3 € e 40 centesimi così suddiviso: 1 moneta di 2 € più 1 da 1 € e 2 monete da 20 centesimi; oppure sempre 1 moneta da 2 € e 1 da 1 € ma con i 40 centesimi tripartiti in una monetina da 20 centesimi più 2 da 10. Mi rendo conto che le possibilità combinatorie sono davvero tante, ad ogni modo io ho sempre fatto uso di queste due combinazioni che vi ho appena spiegato. E non ho mai utilizzato per fare i biglietti i 4 €, ovviamente in 2 monete da 2 € (ricevendo in questo modo 60 centesimi di resto), o peggio ancora la banconota da 5 € (ricevendo di resto 1 € e 60 centesimi). Mai.
Perché una delle signore alla stazione che rilasciano i biglietti giornalieri, gli abbonamenti mensili e quelli settimanali è una signora molto antipatica e vuole sempre i soldi “contati” perché, stando almeno a quello che dice, lei non è tenuta a dare il resto.
Questa signora molto antipatica abita in una casetta sul retro della stazione. Con il marito, credo. E con i nipotini. Credo (sono troppo piccoli per essere figli suoi, e lei è obiettivamente troppo anziana per aver concepito dei figli meno di un paio di lustri fa). A volte ci sono anche loro a giocare sulla stazione. Di solito tirando la coda ad una coppia di bastardini o gareggiando a bordo dei loro tricicli. Ma per fortuna questa signora antipatica non c’è tutte le volte.
Altre volte c’è una signora che invece è molto professionale. Questa signora molto professionale indossa sempre l’uniforme delle FERROVIE DELLO STATO e tiene un foulard blu stretto intorno al collo (questo non credo faccia parte dell’uniforme, ma combacia con l’idea di professionalità che secondo me ogni donna dovrebbe esibire sul proprio posto di lavoro); sempre truccata, porta degli occhiali rotondi con una montatura in ferro molto graziosi. Nei momenti morti del lavoro (ecco quel particolare che mi piace tanto!), legge sempre un libro. Niente di particolarmente impegnativo. Si tratta di semplici best-sellers del calibro di Grisham, Ludlum, P.D. James, Follet… e quando mi avvicino alla biglietteria e sporgo la testa verso il vetro di modo da farle sentire più chiara la mia voce che chiede, gentilmente, due biglietti per la fermata di MONTESANTO (che poi è anche il capolinea), quando sono a pochi centimetri dal faccino della bigliettaia, incorniciato dai graffiti e dagli annunci di scioperi e ritardi che tappezzano il vetro unto dello sportello, getto sempre uno sguardo dietro alle sue spalle minute per esaminare cosa c’è nella stanzetta dove lei trascorre parte della sua giornata (o, quanto meno, in quella parte della sua giornata che incrocia la mia): una massiccia scrivania di legno con un registro aperto, di molte pagine; uno schedario di metallo – freddo – con appoggiato sopra un ventilatore elettrico (la griglia bianca tutta impolverata); una porta verniciata di pittura grigia che luccica liscia; un altro schedario; un seggiolone della CHICCO (lo userà l’altra bigliettaia per farci stare buoni i suoi nipotini, sicuro); un vecchio modello di televisore, in bianco e nero, con l’audio azzerato (e io che immagino sempre che questo televisore, oltre ad essere vecchio di suo, mandi ancora in onda i vecchi programmi televisivi della RAI); una stufetta spenta.
Oblitero il primo biglietto infilandone una sezione nella fessura orizzontale della macchinetta che prima emette una serie di cigolii e subito dopo due bip sonori, molto forti e fastidiosi, e quindi me lo rilascia sporco d’inchiostro. A questo punto, mentre raggiungo la mia collocazione abituale sul marciapiede rialzato – la banchina – decido in quale tasca del giubbino, dei pantaloni, o, eventualmente, della camicia collocare il biglietto convalidato, e in quale altro scomparto, invece, sistemare il biglietto ancora integro. Questo, dovete sapere, è per me un passaggio chiave. Siccome ho paura, una volta salito a bordo, di dimenticare dove ho sistemato il biglietto buono, ancora a terra faccio di tutto per ricordarmi con precisione dov’è che l’ho sistemato. E per impedire che ciò mi accada, me lo ripeto e me lo ripeto e me lo ripeto in continuazione, come un mantra zen, fino a quando non sento e non vedo arrivare il treno e allora salgo a bordo e il biglietto lo uso come segnapagine e quindi mi è più facile tenerlo sotto gli occhi. Perché so che se il controllore arrivasse, magari apparendo all’improvviso tra la folla dei pendolari, e mi chiedesse con quella sua voce impersonale Biglietto, prego! sono sicuro che almeno per un paio di minuti io perderei la calma. Sapete, io ho molta paura di essere scambiato (perché tanto lo so, il biglietto prima o poi verrebbe fuori, risolverei tutto con un po’ di imbarazzo e nient’altro) per una di quelle persone che non fanno il biglietto. La cosa bella poi è che mentre mi ripeto karmicamente che “il biglietto obliterato l’hai sistemato nella tasca sul davanti del giubbino, quella a sinistra, stai tranquillo, non ti preoccupare, mentre nell’altra tasca, a destra, c’è il portafogli, con dentro l’altro biglietto, quello buono, per il ritorno (ancora) il biglietto obliterato l’hai sistemato nella tasca sul davanti del giubbino, quella a sinistra, stai tranquillo, non ti preoccupare eccetera”, mentre attendo il treno riesco a pensare a tante altre cose.
Per esempio: penso che preferirei proprio non salutare le poche persone che conosco e che prendono il treno insieme con me al mattino in questi primi tre giorni della settimana. Io mi sistemo sempre ad una certa distanza, lungo la banchina, e le guardo mentre anche loro si posizionano e si sforzano di immaginare – lo so che lo fanno perché questa è una cosa che fa chiunque stia per prendere un treno – dov’è che approssimativamente si fermeranno e spalancheranno le porte del treno quando arriverà. In questi momenti è tutta una gara a chi volta per primo la faccia, chi con maggiore abilità, chi con tempismo meglio calcolato. A dir la verità io preferirei non salutare proprio nessuno. A volte mi capita, lo faccio, mi sento costretto, ma preferirei di no. E questo non perché io sia una persona presuntuosa o magari misantropa. Anzi. Gli amici, in genere, mi ritengono una persona cordiale e disponibile; una persona educata. Solo che farei a meno di salutare queste persone perché nessun altro motivo al mondo – tranne questa inutile coincidenza, questa piccola intimità quotidiana di prendere insieme lo stesso treno – me le farebbe salutare. Una breve occhiata, un gesto costretto con la mano, un cenno rapido col capo, una parola o un nome mormorato tra le labbra…
Con il passare del tempo ho escogitato varie tattiche per evitare di rivolgere lo sguardo alle persone che un poco alla volta, diciamo dalle 06 e 54 fino alle 07 e 03, riempiono la banchina nell’attesa del treno. La prima è stata quella di non aspettare di trovare un posto libero a bordo per iniziare a leggere ma farlo subito, sulla banchina, non appena messo al sicuro il biglietto. Devo affermare che questo metodo si è rivelato efficace come pochi altri. Ma, ahimè, è impraticabile durante i mesi invernali. Perché leggere durante i mesi invernali mi costringe a tenere le mani fuori dalle tasche, nel freddo umido della mattina, e quelle, le mie mani, si gelano subito, divenendo rigide e insensibili. Allora per i mesi che vanno da novembre fino a febbraio ho messo a punto quest’altra tattica che magari può sembrare stupida, o magari lo è proprio, ma che credo funzioni egregiamente: fare continui raffronti tra la mia altezza e quella di un muro, un muricciolo di tufo e cemento grattato via dal vento e dalle piogge, che delimita un orticello che qualche contadino coltiva nelle immediate vicinanze della stazione. In questo modo do le spalle ai binari, e alla gente, e punto il mio sguardo verso la sommità del muretto, costringendomi a stupirmi, tutte le volte, del fatto di riuscire a guardarci sopra o al di là. Capacità, questa, che anni prima non possedevo perchè non avevo ancora affrontato e superato quella crescita disordinata che è stata il mio sviluppo puberale. Punto il mio sguardo verso la sommità del muretto e rifletto come tutto – tutto quello che ho materialmente intorno: le persone, le case, le strade, i negozi – in qualche maniera, durante la crescita latente dell’adolescenza, si sia modificato.
E via di questo passo, di ragionamento in ragionamento. Da quelli piacevoli e senza un centro fisso che qualcuno definirebbe “puri cincischiamenti”; a quelli incerti e fumosi che qualcun altro ancora definirebbe il risultato di una pratica – non so, in fin dei conti, se sconsigliabile o meno – definita dal verbo: “arabescheggiare”. Tuttavia quando alle 07 e 03 il treno emette il suo fischio deciso e occhieggia dalla curva dei binari un po’ piegato, lanciato a velocità sostenuta, io mi volto e lo fisso per scoprire se si tratta del treno nuovo o del treno vecchio e per calcolare quante probabilità ho di fare il viaggio in piedi o da seduto. Mi spiego meglio. Nella breve tratta ferroviaria che va da TORREGAVETA fino a MONTESANTO (i due capolinea) ci sono due treni che fanno la spola. Non conosco il nome o la sequenza numerica di questi modelli (e se ce l’hanno scritto da qualche parte non l’ho mai notato), ma tutti quelli che se ne servono li identificano semplicemente come il modello “vecchio” e quello “nuovo”. Quello vecchio (quello con maggiori possibilità di trovare un posto per sedersi), con il musetto bombato, grigio e celeste, più grasso, con un solo occhio-fanale sul davanti, è composto da due vagoni. Ogni vagone ha sessanta posti e quattro porte per la salita e la discesa (due su un lato e due sull’altro). Quello nuovo, invece (quello con meno possibilità), con il davanti inclinato così: /, più moderno in termini di aerodinamica, con due fari, è sempre composto da due vagoni, ma ogni vagone ha solo trenta posti (e tre porte, per la salita e la discesa, che non essendo automatiche si azionano premendo un pulsante rosso). Per quelli come me che salgono alla seconda fermata della loro tratta (FUSARO) e devono raggiungere l’ultima (MONTESANTO) è più comodo avere un treno che mette a disposizione un maggior numero di posti a sedere, cioè quello “vecchio” (penso soprattutto alle persone anziane con le buste della spesa); per quelli che invece salgono a metà percorso (ad esempio GEROLOMINI) è più comodo viaggiare a bordo di quello “nuovo” perché non avendo molti posti a sedere il vagone lascia più spazio a quanti restano all’in piedi nelle brevi distanze tra una fermata e l’altra.
POSTO RISERVATO AGLI INVALIDI DI GUERRA. In genere è sotto questa scritta (fissata all’interno di un riquadro di vetro fermato alla parete con 4 bulloni smussati) che io prendo posto. Si tratta del sediolino ad angolo a ridosso delle porte. È il sediolino che se ne sta da solo. Tutti gli altri è come se subdolamente mi obbligassero a stare in contatto con i viaggiatori che stanno seduti sugli altri sediolini. A dir la verità anche il posto nell’angolo mi obbliga a rivolgermi (quantomeno fisicamente) verso chi ho di fronte. Ma qui sta il bello. Il sediolino nell’angolo, in virtù del fatto di non essere affiancato da nessun altro sediolino, mi offre l’opportunità di sedermi lateralmente, e magari anche di accavallare le gambe, così da poter voltare letteralmente la faccia rispetto a chi mi siede di fronte. Per questo quando mi preparo per salire a bordo, ancora a terra, nella ressa, cerco sempre di fare tutto il possibile per conquistarmi un posto su uno dei sediolini nell’angolo.
A bordo del treno la gente parla. Centinaia sono i discorsi che si intrecciano. A volte mi piace pensare che prima o poi succederà che gruppi di persone tra loro sconosciuti involontariamente daranno vita ad una serie di conversazioni, del tutto separate, che però si alterneranno perfettamente per i toni delle frasi e i tempi delle pause, andando così a creare un piacevole chiacchiericcio che mi accompagnerà per tutta la durata del viaggio. Ma non credo succederà mai. Non così, almeno. Perché mai c’è armonia tra le persone.
I discorsi vuoti prima di andare in ufficio. Le seccature prima di entrare in classe. Queste sono le chiacchiere del mattino.
Capita, a volte, che sul treno non salgano delle persone del tutto “normali”. Capita, a volte, che sul treno salgano delle persone con qualche problema. Qualche problema del tipo “rotelle fuori posto”. Un giorno, ricordo, era la vigilia di Natale, una signora con gli occhi spiritati, i capelli rossi unti e spettinati, mal vestita e per di più senza scarpe, iniziò ad importunare una signora che se ne stava seduta per i fatti suoi ordinandole, a parolacce e gesti volgari, di cederle subito il posto. Siccome questa signora non le dava retta (non le dava retta ma credo avesse una gran paura) l’altra signora, la signora matta, iniziò ad un certo punto a raccontarle di suo figlio, di suo figlio Pietro, che lavorava nella Guardia di Finanzia e che perciò teneva una pistola tutta sua; e lei sapeva perfettamente dove il figlio teneva nascosta questa pistola – nel doppiofondo del cassetto della biancheria: un classico – e che se voleva lei poteva prenderla e spararla (sparare alla signora che se ne stava seduta per i fatti suoi).
“E ti uccido, hai capito? Ti uccido”, disse alla fine.
Nessuno dei passeggeri pensò di fare qualcosa durante questo scambio di battute. Facemmo tutti appello alla nostra pazienza sperando che la situazione non peggiorasse. Ma io, non so gli altri, iniziai a spaventarmi solo verso la fine. Perché – pensai – se quella signora, quella che se ne stava seduta per i fatti suoi, non si alzava per cedere il posto alla signora matta, quest’ultima, molto probabilmente, di lì a non molto, avrebbe cercato un altro posto, dove sedersi. E siccome non ce n’erano di posti liberi nel vagone, avrebbe potuto anche essere il mio quello che voleva, no? A quel punto, sotto le sue “folli” minacce, cosa mi sarei inventato?
Per fortuna un signore che sedeva dall’altro lato del vagone scese ad una fermata – CANTIERI o POZZUOLI, non ricordo – e così la signora matta trovò dove sedersi.
Dopo un paio di minuti (durante i quali, lo confesso, mi ero rilassato non poco) la signora matta iniziò a cantare. Ma forte. Quasi urlando. Cantava: Romaaagna beeeellaaaa, Romagna il fioooreee… Tu seeei la steeellaaa, tu seeei…
Col passare del tempo mi è capitato di assistere anche a degli improvvisi scoppi di rabbia da parte di persone che almeno in apparenza “rotelle fuori posto” non avrebbero dovuto averne. Scoppi di rabbia quasi sicuramente provocati dalle meschine frustrazioni accumulate durante le giornate. Persone che fino ad un attimo prima sembravano che stessero in pace con se stesse e con gli altri, di colpo buttavano a terra qualunque cosa stessero trasportando (borsa, valigetta o zaino) e urlando si mettevano le mani in faccia e iniziavano a piangere. Non so descrivere le sensazioni che provavo in quei brevi momenti di violenta intimità manifesta. L’unico aspetto che posso provare a descrivere è il modo in cui gli altri viaggiatori reagivano di fronte a queste – credo involontarie – espressioni dirette di dolore. Un voltarsi di teste appena abbozzato, lievi smorfie arricciando le sopracciglia, occhi rivolti verso l’alto, un leggero scuotimento di spalle. Per quanto mi riguarda io mi limitavo a lanciare una fugace occhiata, a chiudere per un momento gli occhi (pensando qualcosa che speravo avesse sempre una terribile importanza), a riaprili, a voltare pagina… e a continuare a leggere.
Un paio di volte mentre viaggiavo ho considerato la possibilità di mettermi a leggere ad alta voce brani o paragrafi di ciò che leggevo. È un’altra di quelle cose di cui non so fornire spiegazioni esaurienti. Forse si tratta di invidia. Non so, tutti lì a parlare, bla bla bla, e io invece che me ne sto zitto, la testa persa tra le pagine. Per una volta vorrei che tutti sapessero che anch’io ho delle parole, dei pensieri, che entrano ed escono nella mia testa, e che a volte questi pensieri sono bellissimi, e che forse sbaglio a tenermeli sempre per me. Dovrei farli ascoltare a qualcuno. Ma come la prenderebbero? Sarei etichettato (a bordo dei treni si etichetta con grande facilità) come un tipo eccentrico? Mi considererebbero un esibizionista al pari di tanti altri? Oppure entrerei anch’io a far parte di quella schiera di persone con le “rotelle fuori posto”? Perché non è vero che non mi interessa il giudizio degli altri. Mi interessa moltissimo. Evidentemente troppo. Ma che posso farci?
TORREGAVETA
FUSARO
(BAIA)
LUCRINO
ARCO FELICE
CANTIERI
POZZUOLI
CAPPUCCINI
GEROLOMINI
(TERME)
DAZIO
AGNANO
BAGNOLI
EDENLANDIA
FUORIGROTTA
C. V. EMANUELE
MONTESANTO
Questo è l’elenco delle fermate. Tra parentesi in corsivo ho inserito quelle che nel corso degli anni sono state abolite. È sorprendente constatare (è quello che è emerso una volta che ho origliato un discorso che facevano due tizi che mi sedevano di lato) come la maggior parte delle persone le abbia dimenticate in fretta. Peggio: come se non fossero mai esistite. Io, invece, tutte le volte che il treno sfreccia davanti a queste fermate, penso a quelle persone che appena un paio di anni prima potevano attendere lì il loro treno e adesso non possono farlo più. Mi chiedo: queste persone nel frattempo quali mezzi di trasporto utilizzano? Gli autobus? Forse i taxi? Uhm… poco probabile. Più probabile che ogni mattina raggiungano a bordo di un Autobus Servizio Navetta la fermata successiva alla loro, o anche quella precedente che negli anni non è stata abolita, e da lì poi prendano il treno. Io queste fermate abolite le chiamo “Fermate Fantasma”. Così faccio un po’ il verso alle “Ghost Town”, le città fantasma del Far West. È un accostamento di cui sono molto orgoglioso perché non credo che nessuno ci abbia mai pensato. E anch’io ho le mie fermate fantasma. Per anni, ad esempio, salito a bordo del treno, ho fatto FUSARO MONTESANTO e MONTESANTO FUSARO senza mai considerare la possibilità di scendere ad una fermata intermedia. Per anni. E non mi sono mai spinto, diciamo così, all’indietro (rispetto alla mia fermata di partenza, “di casa”) fino a TORREGAVETA. Così, mentre tutte le altre fermate le vedevo scorrere di là dal finestrino, questa fermata non l’ho mai vista.
Tutte le altre mi hanno lasciato qualcosa da ricordare tranne questa.
Quando l’altro giorno ti ho vista sulla fermata stentavo a credere che fossi tu. Sul serio. Forse non lo avresti trovato simpatico, dopo tutti questi anni (ci siamo conosciuti entrambi troppo poco e troppo in superficie), ma, ti giuro, la prima cosa che mi è passata per la testa e che avrei voluto chiederti è stata: “ma mi spieghi che fine hanno fatto i tuoi splendidi capelli ricci?”.
Capisci?
Non “Cosa fai adesso?”;
non “Hai per caso un ragazzo?”;
ma: “mi spieghi che fine hanno fatto i tuoi splendidi capelli ricci?”.
Magari te lo avrei chiesto prima ancora di salutarti (e se tu non mi avessi riconosciuto? Terrore.).
Sei così cambiata. I tuoi capelli… Ma perché te li sei fatti lisci accidenti, si può sapere?
No, scherzo.
Sai, sulla banchina, fingendo di non osservarti, ho ripensato al nostro ultimo anno scolastico passato insieme.
Ai tanti momenti in cui abbiamo fatto finta di appartarci involontariamente per incontrarci e parlare.
Ai modi in cui all’uscita scendevamo le scale fianco a fianco, separati dal resto della classe, e poi tu te ne andavi, sparivi, e io restavo sotto al portone, ad aspettare i miei amici. I miei amici che mi prendevano in giro. I miei amici che non sembravano aspettare niente di meglio del sottoscritto per farsi quattro risate.
Non me n’è mai fregato più ti tanto, lo sai?
Delle loro battute, intendo. A dir la verità, non so ancora bene cosa mi importasse allora. Tu, sì, certo, m’importavi.
Ma in che modo?
Perché diavolo mi ostinavo a non mettere mai le cose in chiaro?
E perché mai la cosa più compromettente che t’ho mai chiesto è stata quando ti ho domandato come mai, il giorno dopo che avevamo deciso di tornarcene per la prima volta a casa insieme, tu non eri venuta a scuola?
Perché mi sono sempre comportato così?
Perché tutti i miei approcci erano macchinosi e goffi?
È da non crederci: due volte siamo stati davvero vicini (alle gite scolastiche, specialmente ai musei, dove stavamo raccolti intorno ai quadri o sotto alle statue. In classe: mai sognato nemmeno di sfiorarti), e due volte ti ho pestato i piedi, facendoti male.
Sai, mi sentivo come il protagonista di quel cartone animato dove c’è quel bambino che quando sta vicino a quella certa bambina, per la forte emozione, non può fare a meno di vomitarle addosso.
E poi…
Senti, e perché poi non ci siamo salutati?
Tu te lo ricordi il nostro ultimo giorno di scuola?
Non quello degli esami, intendo proprio l’ultimo giorno di scuola, quello con i professori e il resto della classe.
Te lo ricordi?
Ah, già, è inutile che ti faccia queste domande. Tanto non puoi rispondermi. Io no, comunque. Non me lo ricordo.
A volte mi sembra di non ricordare niente.





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