OGGI (domani mattina presto): si parte!
Ebbene sì. Anch'io vado in vacanza. Non l'avreste mai detto, vero?
E, precisamente, qui

Spero di divertirmi e di rilassarmi e beh, le solite banalità.
Tornerò sabato 31. Si spera, nel pomeriggio.
Arrivederci a tutti (e, ai quanti andranno in vacanza pure loro -- mentre io, oramai abbondantemente abbronzato, starò lì a decidere se giocare a tennis o se tuffarmi-a-palla-di-cannone in piscina o, meglio ancora, a non far proprio niente -- auguro anche a loro buone vacanze!)! E chi invece rimarrà a casa? Giusto. Tocca pensare anche a loro. Beh, auguro loro ogni genere di bene.
Ciao!
P.S.
Al ritorno ci sarà una sorpresa. Ma, al momento, preferisco non dirvi niente.
OGGI: stato d'animo
Adesso.
Un rumore.
Nella mia testa.
Come se fossi tutto un bicchiere. Enorme. Capienza tipo un milione di cubi o quadretti centilitri d'acqua (o come si dice).
Schhhhhhhhhhhhh.
Così.
Come se dentro di me, dentro al bicchiere, avessero gettato una gigantesca compressa di SUPRADIN. Volume tipo un milione eccetera.
Schhhhhhhhhhhhh...
Bollicine.
OGGI: storie di bacchette cinesi
Ieri sera: fatto baldoria.
Vado a letto che è mezzanotte passata, quasi l'una. Accendo la tivù. Cerco qualche telegiornale flash o magari una rassegna stampa (di solito guardo quella su raitre, di solito con Maria Cuffaro). Niente. Non riesco a prendere sonno (più tardi invece mi addormenterò e farò un sogno: dal balcone della mia stanza, in alto, in cielo, osserverò delle strane luci. Mi affaccerò meglio e vedrò che da alcuni nuvoloni neri-bluscuri fanno capolino strane luci che dapprima sembreranno "semplici" comete o palle spaziali o, meglio ancora, meteoriti -- che però procedono orizzontalmente -- e poi, invece, m'accorgerò essere delle vere e proprie navicelle spaziali -- proprio a forma di disco, e proprio oscillanti, e proprio con gli oblò e ci manca solo ET che faccia ciao con la mano e quel suo dito/torcia elettrica e la piccola Drew Berrymore che chi se lo immaginava sarebbe diventata così carina --. Allora, speventato all'idea di essere solo dinanzi a quel fenomeno incredibile, mi metterò ad urlare a squarciagola per attirare l'attenzione, e correrò in cucina a chiamare mio padre -- mio padre che è, tra l'altro, un grande appassionato di fantascienza diciamo così, filmica --. E mio padre accorrerà. Ma mio padre non farà in tempo. E, a quel punto, nel cielo non ci sarà più niente. Ma, quel che è peggio, è che lui -- mio padre -- si accorgerà che quelle che probabilmente avevo visto in cielo non erano astronavi provenienti da un altro pianeta, tantomeno un insolito fenomeno atmosferico, ma le proiezioni luminose di un giocattolo -- nel sogno vedrò perfettamente il giocattolo: ha la forma di una trottola per bambini, di quelle che se le facevi andare veloci all'interno si dischiudeva un fiore di plastica e dentro appariva un'ape, mi sembra -- con il quale le figlie del signore che abita al piano sotto da me stavano giocando in quel momento -- all'una di notte?!?. E fine del sogno). Dunque, scrivevo che ieri sera non riuscivo a dormire. E allora mi sono ricordato che qualche ora prima, prima che iniziasse la baldoria vera e propria, un mio amico mi aveva regalato un libro che lui stesso aveva comprato insieme ad altri ma s'era dimentico di averlo già. Lo tengo nello zaino (io vado sempre in giro con uno zaino sulle spalle). Lo prendo. E' ben impacchettato. Allora mi inginocchio sul letto e do il via alle macchinose operazioni per liberarlo. Di solito ci riesco grazie alle miei unghie (non sono uno di quelle che se le mangia). Ma questa volta niente da fare: le ho tagliate da poco. Provo con i denti. No, perchè ho paura di farmi male (già mi è successo, tra l'altro). Vedo che su un lato c'è un minuscolo forellino. Potrei infilarci un dito e poi strappare. Ma che. Non le mie dita (parecchio grandi e cicciotte). A questo punto: la brillante idea. Apro il cassetto di fianco al letto. Mi dico: qua dentro troverò sicuramente qualcosa che farà al caso mio. Cerco, frugo, ravano. Niente. Servirebbe una chiave. Magari un tagliaunghie. Solo cavi elettrici (anche quello del basso di mio fratello: mai suonato, per mia fortuna), carica batterie del cellulare, una vecchia foto scolastica... TA DAM!!! Ecco! Una bacchetta del ristorante cinese! Là, sistemata in fondo in fondo, sola soletta. La afferro. Valuto le dimensioni della punta (mi sa che può andare). La infilo nel buchetto dell'involucro. Ci va? Ci va. Allora entro, penetro, allargo, ruoto, divarico e infine squarcio. Faccio il resto con le mani. Quando resto con il libro "liberato", lo sfoglio un po', lo guardo, cerco un indice (non c'è). E' piuttosto breve. Magari lo leggerò sabato, in treno [venerdì sera saprete di cosa sto parlando]. Sì, farò così. Metto da parte il libro. Spengo la tivù. Al buio, mi rigiro la bacchetta del ristorante cinese tra le dita come a volte fanno i batteristi durante i concerti. Un paio di minuti dopo, m'addormento. Questa mattina, al risveglio, non ho trovato più la bacchetta. Chissà, magari Drew Barrymore è entrata nella mia stanza e se l'è portata via.
Seee...
Come no.
Sogna Francesco.
Sogna.
OGGI: finalmente!
Intanto, per adesso, ho proveduto a cambiare carattere di scrittura (fatemi sapere).
E un'altra cosa: se ho potuto fare tutto questo questa sera (adesso notte) è solo perchè il mio caro fratello è qui, in questo momento, a bighellonare felice, con quegli strani esseri (e c'ho anche un cugino quasi fraterno) che lui chiama amici (per non parlare dei miei, quei pochi, in carne e ossa) per una di queste strasse (dico bene?), in cerca di una casa e di tanto, tanto divertimento...

Un saluto, e gli auguro di tornare quanto pri...
Beh, sì, insomma, come si usa dire.
Quanto pri...
Ma è così bello avere la camera tutta per me!
OGGI: quotidiani
Da LaRepubblica
DOMENICA 18 LUGLIO 2004
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Le immense riserve unica risorsa
BOLIVIA AL VOTO
SUL FUTURO DEL GAS
LA PAZ -- Quattro milioni e mezzo di boliviani sono chiamati oggi alle urne per decidere il futuro dell'unica, straordinaria, risorsa del più povero tra i paesi del Sudamerca: il gas naturale. Il presidente, Carlos Mesa, spera di ottenere il consenso popolare (50 percento più uno dei voti) per rinegoziare i contratti con le multinazionali (Total, Mobil, Repsol) che hanno già investito miliardi nei porgetti di commercializzazione. Le opposizioni, in particolare i movimenti legati agli indios quechua e aymara, si abbattono invece per il boicottaggio e chiedono la nazionalizzazione dell'estrazione del gas. Un altro motivo di scontro è il progetto di gasdotto che, per raggiungere Messico e California, deve passare per il Cile, nemico storico della Bolivia.
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"BLOCCATE L'ESUMAZIONE DI
LEOPARDI"
SOS DEL GOVERNATORE
DELLE MARCHE A URBANI
ROMA -- Bloccare l'esumazione di Leopardi: lo chiede in un telegramma al ministro Urbani il presidente delle Marche, D'Ambrosio. A proporre l'esumazione del poeta sono stati un'archeologa tedesca e l'autore Rai Silvano Vinceti, già promotore del recupero dei resti di Matteo Maria Boiardo. Proposta accolta con sfavore dal Centro studi leopardiani e dai discendenti del poeta. Che fra l'altro, morto a Napoli durante un'epidemia di colera, quasi sicuramente non fu sepolto nell'attuale tomba monumentale, ma in una fossa comune. Il soprintendente ai beni Culturali di Napoli smentisce di aver firmato l'autorizzazione, che comunque non è sua competenza.
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"E' VIETATO IMPEDIRE
ALLA MOGLIE DI TRUCCARSI"
ROMA -- Il marito non può impedire alla moglie di esprimere la propria femminilità, vietandole di truccarsi e di vestirsi secondo le sue scelte. Lo ha deciso la Corte di Cassazione che ha confermato la condanna per "maltrattamenti" ad un marito triestino, D.C., che vietava alla moglie "di truccarsi, di vestirsi e di pettinarsi secondo il suo gusto". Un comportamento da "padrone" che veniva applicato anche alle pulizie di casa: la consorte, infatti, sotto "ingiurie" veniva obbligata ad affettuare le faccende domestiche secondo quanto deciso dal marito". Stando a quanto stabilito dalla sesta sezione penale della Suprema Corte, un comportamento di questo tipo costituisce una vera e propria forma di "maltrattamento" punibile in sede penale. Il marito triestino è stato condannato a pagare 500 euro alla cassa delle ammende.
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MILANO, RAPINA GIOIELLERIA
E FUGGE CON UN OSTAGGIO
MILANO -- Terrore ieri mattina, nell'affollata strada di Milano consacrata allo shopping e ai saldi: corso Buenos Aires. Un rapinatore solitario, pistola in pugno, ha assaltato una gioielleria e ha ammanettato e derubato l'artefice, un uomo di 40 anni. Poi, inseguito dal negoziante, con le mani bloccate dietro la schiena e con la forza di gridare aiuto, per due volte ha tentato di sparargli addosso in mezzo alla gente, facendo cilecca solo perchè i proiettile erano umidi o vecchi. Infine il bandito è saltato al volo sulla macchina di un idraulico di passaggio e ha costretto l'artigiano, tenuto sotto tiro, ad allontanarsi velocemente dalla zona. L'ostaggio è stato liberato dopo un paio di chilometri, il bandito ha continuato la fuga a piedi ed è riuscito a sottrarsi alle ricerche di polizia e carabinieri. Terrorizzati i testimoni. Una parrucchiera e altre persone, sulla traiettoria del pistolero, si sono rifugiate in un hotel del quartiere. Il gioiellere, che dice di aver rincorso il rapinatore "per istinto", ha capito solo dopo di essere vivo per miracolo.
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Cosa prendeva Proust a colazione? Prima che la sua malattia si aggravasse, due tazze di caffè forte con un po' di latte, servite in una caffettiera d'argento con incise le sue iniziali. Gli piaceva che il caffè fosse ben pigiato nel filtro e che l'acqua passasse goccia a goccia. Mangiava anche un croissant, che la sua cameriera [Céleste Albert, se non sbaglio... Ndfg] andava a prendere in una panetteria dove sapevano proprio come farli croccanti e burrosi, e che egli inzuppava nel caffè mentre dava un'occhiata alla posta e leggeva il giornale.
Le opinioni di Proust sull'argomento erano piuttosto complesse. Per quanto insolito, il tentativo di comprimere i sette volumi di un romanzo [il suo... la recherche. ndfg] in quindici secondi non è nemmeno paragonabile alla concentrazione delle storie che si riscontra nella pagina di un quotidiano. Storie che occuperebbero comodamente venti volumi si vedono ridotte nello spazio striminzito di qualche colonna, in una lotta senza quartiere per attirare l'attenzione del lettore con una moltitudine di drammi che se un tempo potevano essere a forti tinte, ora sono grigi e sbiaditi. Ah, "quell'atto abominevole e voluttoso definito leggere il giornale", scrisse Proust, "grazie al quale tutte le sciagure e i cataclismi dell'universo avvenuti nelle ultime ventiquattr'ore, le battaglie che hanno costato la vita a cinquantamila uomini, i delitti, gli sciperi, i fallimenti, gl'incendi, gli avvelenamenti, i suicidi, i divorzi, le crudeli emozioni dell'uomo politico o dell'attore, trasmutati per nostro uso personale, per noi che non siamo neanche interessati, in un dono mattutino, si associano in modo eccellente, in modo particolarmente eccitante e tonico all'ingestione raccomandata di qualche sorso di caffellatte!"
Perciò, non dovrebbe sorprenderci la facilità con cui il pensiero di un altro sorso di caffè può distrarci dal nostro tentativo di considerare con la necessaria attenzione quelle pagine così fittamente coperte di minuscoli caratteri, e forse adesso anche di briciole. Più un racconto è concentrato, meno ci sembra meritare lo spazio che gli è stato assegnato. Com'è facile immaginare che oggi non sia accaduto assolutamente niente, dimenticare i cinquantamila morti in guerra, sospirare, gettare il giornale da una parte e sentire una leggera ondata di malinconia per la noia della routine quotidiana.
Proust vedeva la questione in una maniera un po' diversa. Un'intera filosofia, non solo di lettura ma di vita, emerge dall'osservazione fugace di Lucien Daudet [amico e amante di Proust. ndgf], quando ci informa che
[Proust] leggeva i giornali con grande attenzione, non trascurava neanche i fatti di cronaca. Un fatto di cronaca raccontato da lui poteva diventare un romanzo a sfondo tragico o comico grazie alla sua immaginazione e alla sua fantasia.
I fatti di cronaca su Le Figaro, il quotidiano che leggeva Proust, non erano per i deboli di cuore. Una certa mattina del maggio del 1914, i lettori sarebbero stati deliziati da alcune delle seguenti notizie:
A Villeurbanne, a un incrocia affollato, un cavallo è saltato nella vettura posteriore di un tram buttando a terra tutti i passeggeri, di cui tre, seriamente feriti, sono stati ricoverati in ospedale.
Mentre mostrava a un amico il funzionamento di una centrale elettrica ad Aube, Marcel Peigny ha messo un dito su un cavo dell'alta tensione restando immediatamente fulminato.
Jules Renard, insegnante, si è suicidato ieri in metropolitana, alla stazione Répubblique, con un colpo di pistola al petto. Renard soffriva di una malattia incurabile.
In che tipo di romanzi tragici o comici si sarebbero trasformate queste notizie? Jules renard? Un insegnante di chimica asmatico e infelicemente sposato, impiegato presso una scuola femminile della Rive Gauche, a cui è stato diagnosticato un tumore al colon: echi di Balzac, Dostoevskij e Zola. Marcel Peigny fulminato? Ucciso mentre voleva impressionare un amico con la sua esperienza in impianti elettrici per incoraggiare un'unione tra suo figlio dal labbro leporino, Serge, e la figlia del suo amico, Mathilde, che non ha nemmeno il busto ortopedico. E il cavallo a Villeurbanne? Una capriola nel tram provocata da nostalgia per una carriera di salto agli ostacoli, o per vendetta contro l'omnibus che aveva di recente ucciso sulla piazza del mercato un suo fratello poi ridotto a bistecche: soggetto adattissimo a un romanzo d'appendice.
(...) E forse molta letteratura e molto teatro si sarebbero rivelati assai meno avvincenti, o addirittura non ci avrebbero detto nulla, se il nostro primo incontro con l'argomento fosse avvenuto a colazione sotto forma di una notizia di cronaca.
Tragica fine di due innamorati veronesi: credendo che la fidanzata fosse morta, un giovane si è tolto la vita. Scoperta la sorte del suo amante, la donna si è uccisa a sua volta.
Russia: Problemi familiari inducono una giovane madre a gettarsi sotto un treno.
Francia: Giovane madre si avvelena con l'arsenico e muore in una cittadina di provincia per problemi familiari.
Ma la grandezza di Shakespeare, Tolstoj e Flaubert è tale che qualunque persona ragionevole non può non pensare che ci sia qualcosa di particolare in Romeo, Anna ed Emma, qualcosa che fa di loro dei personaggi adatti alla grande letteratura o a una rappresentazione al Globe, anche se mescolati con il cavallo che fa le capriole a Villeurbane e al Marcel Peigny morto fulminato a Aube. Da qui l'affermazione di Proust che la grandezza delle opere d'arte non ha niente a che fare con la maggiore o minore originalità del soggetto, ma dipende interamente da come quel soggetto viene trattato. Di conseguenza, tutto è potenzialmente un soggetto adatto per l'arte e possiamo fare scoperte interessati nei Pensieri di Pascla come in una pubblicità per il sapone.
Tratto da:
Alain de Botton
"Come Proust può cambiarvi la vita"
Guanda
OGGI: presto lavori in corso...
Ehm, scusate?
Volevo solo avvertirvi che in questi giorni cercherò di rendere il mio blog può personale al livello grafico.
Non so cosa ne verrà fuori, intanto, però, io ci provo.
A presto!
OGGI: festa
Io?
Volete davvero sapere chi sono io?
Niente di più semplice.
Io sono quello -- vi faccio un esempio, così lo capite al volo, chi sono io -- io sono quello che, quando va alle feste -- di solito alle feste degli altri, degli amici, dei cugini più grandi, dei parenti alla lontana (i migliori... sono sempre i migliori) perchè, da solo, le feste non le ha mai date -- e, in un punto ben preciso della serata (se le feste sono organizzate alla sera, il tutto avviene durante un punto ben preciso della serata, o, altrimenti, se le feste sono organizzare durante il giorno, il tutto avviene durante un punto ben preciso della giornata), quando gran parte delle presentazioni sono state fatte -- e tu hai, quasi (ma solo per un attimo), l'assoluta certezza che i nomi di queste persone, di tutte queste persone che ti hanno, tutte insieme, adocchiate in centinaia di modi diversi, mentre facevi il tuo ingresso nella stanza con il tavolo pieno di tovagliolini -- di solito sono colorati: giallo canarino, rosa pastello, rosa mestruo (!!!) -- stretto le mani, o, meglio, la mano, in un centinaio di modi diversi, e, ancora, baciato sulle guance, nei modi più differenti (quasi quasi, ma sì, dài, ti viene voglia di distinguere, tra i partecipanti alla festa -- lo sai, per una di quelle tue stupide classifiche con cui metti il programma di excel alla prova --, quelli che ti hanno baciato prima sulla guancia sinistra e poi sulla destra e quelli che ti hanno baciato prima sulla guancia destra e poi sulla sinistra e, tanto ci sono sempre, quelli con cui, per un momento d'imbarazzo, sei rimasto sospeso a tu per tu, proprio di fronte, le labbra pericolosamente a pochi centimetri di distanza -- quando capita con i ragazzi! Gente: le feste alle scuole medie! Le migliori figuracce della mia vita... beh, quasi --), tutti i nomi di questa gente, dicevo, sei sicuro, ma solo per un attimo, lo ripeto, che te li ricorderai per tutta la tua vita (devi solo decidere se si tratta di una cosa positiva o negativa, in fin dei conti) e durante questo momento, quando la musica, manco a farlo apposta, si è appena fatta bella forte -- hanno appena messo su un pezzo dei RHCP -- e tutti che ti stanno intorno -- hanno formato, senza saperlo, una specie di semicerchio, e rimarrà l'unica cosa davvero notevole della serata -- parlano e parlano e parlano e ad un certo punto -- la canzone ha appena dato il via al suo assordante ritornello con le chitarre, i giri di basso e la batteria -- e tutte queste persone urlano come ossessi, e iniziano a non capirsi manco se parlassero tutti una lingua diversa, e si ripetono le cose manco fossero diventati dei rincoglioniti tutti in un botto, e allora io, io -- lo capite adesso che tipo sono io -- proprio a questo punto, mi accosto alla manopola del volume dello stereo -- devo ammetterlo: ho un fare un po' buffo, mentre lo faccio (o, forse, posseggo un fare un po' buffo sempre ) e rido, mentre lo faccio, e, poi, ebbene, sì, io lo abbasso, il volume, e mentre lo faccio tutti mi guardano, e mentre lo faccio dico anche Così, magari, se abbassiamo il volume, non siamo costretti ad urlarci, mentre parliamo.
Ecco.
Adesso sapete chi sono io.
Come no.
OGGI: ma allora non si comporta come lo Scrittore della Domenica!
Questa sì che è una notizia davvero elettrizzante!
OGGI: un (impossibile) regalo per un'amica
Quello che conta è il pensiero, vero?
Manolo Blahnik, costano 400 dollari.
Belle, vero?
E grazie di tutto.
OGGI: in attesa di una risposta
Su questo blog sta accadendo qualcosa di...
qualcosa di...
qualcosa di...
qualcosa di.
Ecco. Non so. La sera -- quando, di solito, mi connetto -- metto mano al mouse, e navigo, allegramente, di qua e di là. Apro, con il classico clic, il siparietto dei "preferiti" (vi piace l'espressione "separietto"?) e scorro, per ordine di importanza, i vari blog che orbitano nella blogosfera e che mi piace leggere, o frequentare, o... fate un po' voi.
E, fin qua (ci crederete), niente di strano.
La mia navigazione procede in maniera molto ordinata.
Quando la mia navigazione procede in maniera molto ordinata.
Ad esempio, quando la mia navigazione procede in maniera molto ordinata...
(effetto sonoro da flashback)
L'altra sera, ad esempio, mi sono letteralmente "cecato" (vi piace l'espressione "cecato"?) a leggere un articolo, uscito su I MISERABILI, scritto da Francesco Piccolo su Aldo Busi...
A questo punto, su Busi, occorrerebbe aprire -- ma che dico aprire, di più -- occorrerebbe SPALANCARE una parentesi grande come... come... non so, fate un po' voi (basta che sia davvero grande, però)
su Aldo Busi, dicevo -- che io considero "IL PIU' GRANDE SCRITTORE ITALIANO DI TUTTI I TEMPI (E DI TUTTE LE GALASSIE, VISTO CHE CI SONO)" e senza averne letto nemmeno una pagina, badate -- c'era questo articolo di Francesco Piccolo che mi piaceva davvero molto, e allora sono andato fino in fondo a leggerlo, a sviscerarlo (nei limiti). E allora succede che, appunto, mi sono cecato.
Chissà come mi rimproverà, il mio buon ottico, quando andrò a controllo da lui.
(Chissà quando poi... mi tocca fare un controllo sull'agenda. Buffo: fare un controllo per sapere quando andare a controllo... vi piace l'espressione "andare a controllo"?)
Magari, per farmi un dispetto, invece di quelle tabelle con scritte quella strane parole tipo:
A
ZW
FHY
PKRJL
mi farà leggere una tabella illuminata con su scritto:
B
AS
TAI
NTER
NETAL
LASERA!
Eh? Come in quegli incubi che faccio.
Strani.
Orribilmente strani.
Squali.
Proprio così.
Io sogno squali.
Tigri, martello, e quello proprio cattivo, sì, il GRANDE SQUALO BIANCO.
Ci combatto. L'affronto.
E, per nascondermi (la lotta è davvero estenuante), spruzzo dal sedere, attraverso la gomma della muta che indosso -- ho tutto l'armamentario: pinne, maschere, bombole, erogatore, segnasub... --, galassie di diarrea marroncina (che produco in grosse quantità, assieme all'ADRENALINA, per la grande paura che provo in quegli attimi) che sortiscono l'effetto (orribile, invece, quest'espresssione, nevvero? Sortiscono. Meglio producono? Beh, oramai è tardi. Io, lo sapete, scrivo di fretta)... che sortiscono l'effetto, dicevo, di spaventare e mettere in fuga lo squalo (se è vero che hanno un fiuto superbo, la puzza delle mie feci disciolte nell'acqua salata e gelida dell'oceano li disgusterà oltre ogni modo).
Sogni così.
Quando mi capita di sentire quei tipi strani che stanno in tivù, quando qualcuno gli chiede se sognano e, se sognano, cosa sognavano, questi tipi strani che stanno in tivù, rispondono sempre che sognano di volare.
Liberi.
E felici.
Io no.
Io non ho mai sognato di volare.
Una volta ho sognato di essere la Sfinge
(questo è un sogno statico)
e un'altra volta ho sognato di essere il cuoco personale del Papa
che poi, quando gli portavo personalmente il dolce -- crostata di mele --, lui, il papa, si toglieva quella cosa che tiene sempre sulla testa -- cos'è?, la papalina, forse? Non so, sono molto ignorante, in materia -- sempre lui, il papa, si scioglieva i ricci capelli biondi -- improvvisamente Giovanni Paolo II aveva un casino di ricci capelli biondi sulla testa -- e con un gesto rapido si toglieva una specie di membrava plasticosa dalla faccia proprio come fa TOM CRUISE in MISSION:IMPOSSIBLE e lui, il papa, si rivelava essere quella bella topolona di Antonella Clerici!
(questo, invece, è un sogno dinamico)
Oppure sogno di essere...
Ma no, niente.
Non è vero.
Io non sogno mai.
Però i sogni son belli.
Eh sì.
Proprio belli.
Ma si diceva che in questo blog sta accedendo qualcosa di.
Allora.
In questa prima metà del mese di Luglio ho letto:
"Tuo Figlio"
di Gian Mario Villanta
"Il caso Vittorio"
di Francesco Pacifico
"Se non è proibito è obbligatorio"
di Dave Eggers
"Umiliati e offesi"
di Fedor Dostoevskij
(con questo suo bellissimo, seppur d'appendice, romanzo, ho inaugurato le mie letture dei romanzi dell'800)
e alcuni racconti:
"Il diario del soldato Acci"
di Pier Vittorio Tondelli
"La fede in Dio"
di Giulio Mozzi (da "FICTION")
"Del matrimonio"
di Giulio Mozzi (da "FICTION")
Domani (domani giovedì) andrò a Napoli e se saprò ricavare un po' di spazio dai vari impegni prenderò un altro romanzo di Dostoevskij.
Lettrici e lettori del mio blog, voi quale mi consigliate?
"I Demoni" o "L'idiota"?
E adesso basta, me ne vado a nanna.
Ciao a tutti!
OGGI: una foto che nasconde un profondo significato...

(senza parole)
OGGI: me misero!
Due cose che probabilmente non farò mai nella mia vita:
uno)
Inaugurare uno STEVE BUSCEMI FANS CLUB
(è che la sera scorsa, venerdì, ho visto, con certi amici, GHOST WORLD, e STEVE, il grande STEVE, che in questo film/fumetto si chiama SEYMOUR, è entrato ancora di più nel mio cuore!)
due)
Bloccare il traffico di Manhattan con un cazzuto concerto rock
(sapete: la gente accorsa in massa che sbraccia e urla come indiavolata e gli addetti alla sicurezza stradale a bordo dei loro pigri e oscillanti elicotteri che volteggiano sopra le nostre teste elettrizzate e non sanno proprio cosa dire senza dimenticare i poliziotti con le spalle larghe e le manette attaccate ai cinturoni insieme al manganello -- ops, sfollagente -- e alle bombolette accecanti e con quelle belle braccia muscolose e incrociate come indispettite sui pettorali e tutti indecisi sul da farsi proprio come pivellini e poi i fumi della metropolitana che fuoriescono dalle grate nei marciapiedi sollevandosi a mezz'aria quasi a impedire alle auto di circolare e il cielo azzurro che per un attimo si ingrigisce perchè una nuvola passa davanti al sole...)
ATTENZIONE!!!
LA LISTA POTREBBE CONTINUARE IN FUTURO!!!
(SIETE AVVISATI)
OGGI: SACRAMENT
Dunque.
Se anche voi volete bene a questo ragazzo:

e siete interessati a tutto quello che scrive (almeno fino al punto da comprare due volumi minimum fax insieme per aggiudicarvi questo), potreste dare un'occhiata a questo collegamento qui, su McSweeney's, per poter mettere, gratuitamente, le mani sulle aggiunte al suo secondo romanzo "Conoscerete la nostra velocità" (in americano, purtroppo).
Non so niente riguardo ad una possibile traduzione in italiano (magari, per la prossima edizione di CNLNV nella PICCOLA BIBLIOTECA MONDADORI, ci si potrebbe fare un pensierino).
Allora, che aspettate?
Siete ancora lì?
Veloci dovete essere!
VE-LO-CI!!!
OGGI: inconscio
Mi succede questa cosa.
Questa mattina, abbastanza presto (presto, almeno, per i miei orari), dovevo fare una telefonata ad una persona importante (importante non in senso affettivo; importante in senso universitario).
Prendo il telefono.
Vado in una stanza della casa dove non c'è nessuno (quando telefono mi piace non avere nessuno intorno).
Digito il numero.
Aspetto che i vari bip una volta premuti i tasti la smettano di fare bip.
Nel frattempo mi ripasso mentalmente la domanda che devo rivolgere a questa persona importante in senso universitario.
Al terzo squillo mi risponde una voce. Femminile.
"LaFeltrinelli buongiorno. Come posso aiutarla?"
LaFeltrinelli?
Ho chiamato LaFeltrinelli?
Ma porca...
Allora il numero non era quello...
Mannaggia il...
"Sì, buongiorno", faccio io.
Non so come sbrigarmela.
Potrei dire:
"Guardi, mi dispiace, ho solo sbagliato numero, in realtà dovevo chiamare..."
E invece dico:
"Senta, chiamavo per... sì, avere informazioni riguardo ad un libro di narrativa..."
Perchè dico così?
Perchè, di solito, quando dico così, mi passano il reparto narrativa e mi mettono in attesa.
E io a quel punto, una volta in attesa, avrei attaccavo la cornetta.
Per non far perdere tempo a chi lavora...
Voglio dire: da quando ho letto "Pausa Caffè" ho rispetto, e paura al tempo stesso, per i centralinisti e le centraliniste (e, di consequenza, per chiunque debba rispondere al telefono per lavoro).
Ma non mi mettono in attesa.
La voce femminile mi dice: "Dica pure".
Fragato.
E adesso?
"Allora, cercavo l'ultimo libro di Jeffrey Deaver."
"Un attimo che cerco..."
Jeffrey Deaver.
Jeffrey Deaver?!
Ma come accidenti m'è venuto in mente Jeffrey Deaver?
Assurdo!
Non l'ho mai letto, non ho nessuno dei suoi libri in libreria, non mi piaccioni i gialli (tranne pochissime eccezioni) e il primo nome di un autore di libri di narrativa che mi viene in mente quando mi sforzo di farmelo venire in mente è Jeffrey Deaver?!
"Non sa mica il titolo, mi scusi... è che ne abbiamo tanti..."
E qui come me la svigno?
Non conosco nessuno dei titoli dei libri di Jeffrey Deaver.
"Veramente cercavo l'ultimo che è uscito..."
Genio. Cerco l'ultimo che è uscito.
Sono un genio e non lo sapevo.
"Mmm, dunque..."
"..."
"Sì... giugno 2004: ..."
La voce femminile mi dice il titolo.
"Sì, proprio questo."
"..."
"Mi saprebbe dire il prezzo?"
A questo punto, visto che mi trovo, recito fino in fondo.
"19 euro."
('sti cazzi!)
"Va bene..."
"Va bene?"
"Sì, grazie mille. E' stata molto gentile."
"Si figuri."
"Arrivederci."
"Arrivederci."
Metto giù.
Domani ci riprovo.
Appena sveglio chiamo LaFeltrinelli e sparo un nome di narrativa.
Chissà che non scopra un autore importante.
OGGI: in forma minima, I
Rosario.
Per Rolling Stone, la ragazza più bella del mondo si chiama Rosario.
Rosario.
La ragazza più bella del mondo.
Mmm...
OGGI: una "cosa" che ho scritto un paio di anni fa ed è rimasta non so quanto tempo nella pancia del mio computer...
I miei amici alieni
di Francesco Gallo
1.
Adesso però non iniziate a farvi strane idee. So bene che razza di espressioni vengono fuori quando uno tira in ballo gli “UFO”. Ebbene, sappiate che io non passo le notti sul terrazzo di casa ad osservare il cielo armato di telecamera; non scruto di sottecchi i miei genitori sospettando che qualcuno (o qualcosa), durante il sonno, li abbia sostituiti con delle copie perfette che, al contrario di quelli veri, vanno d’amore e d’accordo e si mostrano sempre premurosi nei miei confronti; non diffondo nel web criptici bollettini sulle cospirazioni governative firmandomi “Zero” “il Commerciante” o magari “Volpe”; non ho mai rinvenuto inspiegabili cicatrici dietro al collo o sui gomiti; non soffro di copiose perdite di sangue dal naso (né ne ho mai sofferto); non sono mai stato ospite del Maurizio Costanzo Show (come se non bastasse) e, tantomeno, degli alieni nanerottoli hanno mai ficcato una sonda spaziale su per il mio sedere per testarmi per qualche genere di esperimento tipo cavia da laboratorio.
Quindi, per cortesia, non fatevi strane idee.
2.
Ma perché vi dico tutto questo? Innanzitutto perché il titolo di questo pezzo può effettivamente lasciare intendere un diretto coinvolgimento nella faccenda da parte dell’autore (punto primo). E poi perché questo articolo… ebbene sì, questo articolo (chiamiamolo così) tratterà di questo genere di argomenti (e di molto molto altro ancora) ma solo in maniera… come dire?, trasversale.
E perché?
Ma come perché?! Ma per spiegarvi quali sono i miei rapporti con i labili confini della realtà, per che altro allora? (Ma questa, in definitiva, potrebbe anche essere una di quelle cose che non v’interessa proprio niente niente, ed ecco che io allora la metto sul mio blog – si tratta di un articolo per il mio blog!!! – e buonanotte a tutti, allora.)
Pertanto sì, lo confesso. In passato, diciamo verso i dodici, tredici anni (fino ai diciassette, almeno), sono stato un ufologo dilettante. Ovvero: mi occupavo di quella scienza (ma gli accademici più illustri, e gente – secondo me orribile – come Margherita Hack e Cecchi Paone, arriccerebbe il naso di fronte a questa definizione) che tratta di alieni, di astronavi, di impianti, di rapimenti e di UFO (acronimo che sta per U(nidentified) F(lyning) O(bject), ovvero Oggetto Volante Non Identificato (l’acronimo italiano, invece, orribile anch’esso come le persone sovracitate, è OVNI).
In pratica: dischi spaziali.
Più o meno a quell’età, come dicevo, girovagando nella mia videoteca di fiducia (che tuttora frequento, ma, di solito, noleggio tutt’altra roba), mi capitò di imbattermi in una vhs, una strana vhs che non avevo mai notato prima: sul frontespizio stava scritto U.F.O.; poi, in alto, c’era l’immagine, piccolina, della White House e, sotto l’immagine, un titolo: SEGRETO DI STATO.
Incuriosito, mi sollevai sulle punte dei piedi e la tirai fuori dallo scaffale.
Osservai bene la copertina. Presentava la stessa foto del frontespizio, solo più grande, con dei piccoli puntini di luce bianca che prima non avevo notato (potevano essere una decina, ad una prima occhiata). Una didascalia, che si riferiva alla foto, informava: 1952: FORMAZIONE DI UFO AVVISTATA SULLA CASA BIANCA.
Il mio livello di curiosità crebbe a dismisura.
E ancora: L’INCHIESTA: COSA NASCONDE IL GOVERNO USA? INCONTRI RAVVICINATI: PARLANO I TESTIMONI.
Beh, a questo punto devo subito dirvi che noleggiai altra roba, quel giorno (e di tutt’altro genere), ma, mentre tornavo a casa, il mio pensiero era interamente rivolto a quella cassetta. Volevo guardarla al più presto perché volevo sapere subito di cosa trattava. Un vecchio film di fantascienza anni ‘50? Qualche episodio di un telefilm così sfigato da non passare in televisione?
No.
Si trattava nientemeno che di un documentario.
All’interno di uno studio dal design fantascientifico (così come poteva essere inteso un design fantascientifico alla fine degli anni ’80), un conduttore dall’aria molto cordiale, con la zazzera bianca e con addosso bel vestito elegante, presentava certi strani filmati (molti erano poco chiari, sgranati, altri, invece, erano ben definiti) attraverso uno grosso schermo rettangolare che, almeno nelle intenzioni degli scenografi di quello studio dal design poco fantascientifico, doveva far pensare al quadro comandi di una nave spaziale. Ma oltre i filmati, c’erano anche delle interviste, fatte ad ospiti che venivano presentati nello studio (e, lasciatemelo dire, su delle sedie tanto aerodinamiche quanto scomode). Questi ospiti, a sentire loro, in una maniera o nell’altra, avevano avuto a che fare con il fenomeno UFO.
3.
Sappiate che in quei 75 minuti il sottoscritto varcò la soglia di un mondo che non avrei abbandonato tanto in fretta.
In quei 75 minuti il sottoscritto vide ed ascoltò: testimonianze di protagonisti di autentici “incontri ravvicinati” (alcuni rivissuti sotto ipnosi, ascoltandone le registrazioni!); dossier riservati del governo USA: “Project Blue Book” e “Majestic 12”; la storia dell’UFO precipitato a Roswell, nel New Mexico, nel ’47 (con tanto di equipaggio!); le interviste (con le voci e i volti contraffatti) di due super agenti segreti – un certo Falcon e un certo Condor – che ricostruirono, grazie all’impiego della computer grafica, l’anatomia degli alieni (spiegando, tra l’altro, che LORO non mangiano carne, adorano la musica tibetana antica e sono ghiotti di gelato alla fragola); e poi visionai centinaia di foto e filmati, provenienti da ogni angolo del mondo (anche dall’Italia!).
4.
Ma cos’è che mi tenne inchiodato davanti al televisore a guardare tutta quella roba? Perché non liquidai il tutto definendolo “un’abbondante vagonata di stronzate”? Cosa mi spinse, invece, ad andare avanti? In primo luogo, il fatto che “il tutto” fosse presentato con una buona dose di scetticismo (il presentatore, poi, quello colla zazzera, sembrava addirittura diffidente), lasciandomi così libero di farmi un’idea abbastanza personale sull’argomento. E poi perché tutti gli intervistati (beh, tranne qualcuno…) sembravano persone del tutto “normali”.
Voglio dire: uno si immagina che chi parli di queste cose, in genere, occupi gran parte del suo tempo libero marciando seminudo davanti alla Casa Bianca con un cartello appeso al collo con su scritto “GET BACK, ELVIS” o “UFO: TAKE ME HOME”. Invece, in quella videocassetta che avevo scoperto, a rilasciare testimonianze c’erano scienziati, piloti d’aerei, militari, professori universitari...
Alla fine mi dissi: va bene, forse il fenomeno esiste. Forse non proprio tutto è vero. In fin dei conti, l’universo è così grande. Però… però i rapimenti? Come la mettiamo con i rapimenti?
Iniziai, per la prima volta, a fare i conti con la paranoia. A certi dubbi se ne aggiunsero altri che non facevano altro che formulare altri dubbi su quelli già esistenti. E il problema della vastità del fenomeno: se credo ad una cosa, devo poi credere a tutto (magari potevo anche accettare che da qualche parte, un paio di miliardi di anni luce lontano dalla TERRA sarebbero bastati, degli alieni sbruffoni gareggiassero tra di loro a bordo delle loro navicelle spaziali, ma, allo stesso modo, dovevo anche accettare la possibilità che quegli stessi alieni, una volta atterrati sul mio PIANETA, avessero mutilato, per qualche strano esperimento, centinaia di capi di bestiame tra cui un cavallo di nome “Snippy”?)? E quegli alieni poi? Quelli precipitati e fatti prigionieri dall’Esercito Degli Stati Uniti? Cioè, se anche questo era vero, voleva dire che... no, meglio non pensarci.
Già, molto meglio non pensarci.
E davvero non ci pensai più.
Per cinque giorni.
Perché quando tornai a restituire la cassetta alla videoteca il proprietario del videonoleggio mi disse: “Ti è piaciuta? Guarda che se ti è piaciuta puoi dare uno sguardo alle altre.”
Alle altre?
Proprio così.
C’erano altre nove cassette: “RAPIMENTI”, “NON IDENTIFICATI”, “INTRUSI DAL CIELO”, “DOSSIER EUROPA”, “IL CONTATTO”, “SONO FRA NOI”, “L’ENIGMA MEIER”, “ROSWELL: LA VERITA’”, “LE PROVE”.
Nel giro di una settimana le noleggiai tutte, e in pochi, intensi, e, come al solito, solitari pomeriggi, mi resi conto che quanto avevo visionato in “SEGRETO DI STATO” era solo la punta dell’iceberg!
A quel punto, gli UFO divennero una vera e propria ossessione (così come le cospirazioni in generale).
5.
Guardavo quei filmati anche due, tre volte in un giorno. Mi formai una cultura vastissima.
Volete che vi faccia degli esempi?
Sapevo tutto circa i casi più famosi. Dall’ondata di avvistamenti avvenuta l’11 luglio 1991 a Città del Messico durante l’eclisse totale di sole (centinaia di persone dotate di macchine fotografiche e telecamere riunitesi per riprendere l’evento astronomico, “registrarono la più importante e imponente serie d’immagini di UFO a memoria d’uomo”) al caso “Guardian” (una puntigliosa inchiesta investigativa condotta dal C(entro) U(ufologico) N(azionale) sulla presunta veridicità di un filmato che riprenderebbe l’atterraggio di una nave spaziale nei pressi di Carp, Canada, sempre nel 1991); dall’UFO-Crash – oramai famosissimo – di Roswell, al caso del contattista più famoso del secolo (non Adamsky, quello era solo un impostore): Eduard “Billy” Meier (un innocuo agricoltore svizzero che, nel 1975, venne contattato da alcuni splendidi esseri umanoidi, provenienti dalla costellazione delle Pleiadi, affinché Meier potesse scattare, letteralmente, le più belle foto di UFO di sempre*). E ancora: dai macabri fenomeni di mutilazioni animali, (specialmente bovine ed equine), all’esistenza di una base segreta in Nevada, la famigerata BASE 51, dove (ma questa è una storia che viene, quasi comunemente, accettata) si sperimenterebbero aerei non convenzionali e velivoli extraterrestri; dalla storia, per me quasi toccante, dello scienziato Bob Lazar (il quale, da un giorno all’altro, vide scomparire la propria identità burocratica ad opera del Governo Americano molto probabilmente per aver rivelato, durante un’intervista rilasciata ad una televisione giapponese, dettagli Top Secret circa l’AREA 51), al primo caso “moderno” di rapimento (perpetrato, nel 1969, ai coniugi Barney e Betty Hill); dalla caccia all’UFO di Gulf Breeze, in Florida, con intere pattuglie della polizia ad inseguire “le luci nel cielo” sgattaiolando nel traffico cittadino, all’avvistamento del famoso UFO triangolare in Belgio (nel 1990); e tanti, tanti altri (non dimenticherò Italia – a parte il recentissimo, e sconvolgente, caso Caponi! –: dal filmato di Crosia (1987), alle tracce degli atterraggi di Luogosano e Cicciano!) E ancora…
No no, va bene, la pianto, basta così…
Per carità: non guardatemi con quelle facce…
A questo punto, potete credermi, per il sottoscritto la questione non era più scetticismo sì/scetticismo no. Dopo quasi quindici ore di documentari, per me, gli UFO, erano una realtà.
Punto e basta.
Che vuoi stare a discutere?
6.
Tuttavia fino a quel punto il mio approccio all’argomento fu sempre di tipo nozionistico. Intendo che quei documentari e quelle inchieste che mi bombardavano di informazioni, non mi spiegavano che cosa accedeva ai testimoni di quegli incontri ravvicinati in termini di esperienze personali.
Quali erano le sensazioni che costoro provavano quando si trovavano di fronte a quelle realtà provenienti da altri mondi? Come si faceva sentire quel senso di assoluta impotenza, di frustrazione, nonché riconsiderazione della propria sanità mentale? Come potevano sperare, queste persone, che… eccetera eccetera.
Domande senza risposta.
Le vhs, almeno su questo piano, non mi informavano (per farvela semplice: una cosa è vedere un bollettino di guerra, con le immagini in bianco e nero, e un’educata voce narrante che ci spiega cosa avviene – magari quella di Gianni Bisiach –, e un’altra è vedere, al cinema, lo sbarco del D-Day in “Salvate il soldato Ryan”).
E così andò fino a quando, una sera dell’estate che seguì quel periodo, su alcune bancarelle di libri usati, intravidi la copertina di un libro di ufologia (famosissimo tra gli ufologi perché scritto da un testimone oculare).
Quel libro si intitolava “Communion”.
Era un’autobiografia, scritta da un certo Whitley Strieber, che ripercorreva i tragici eventi che capitarono alla sua famiglia (il special modo al capofamiglia) nei pressi del suo chalet in montagna.
Quella sera stessa lessi il primo capitolo e, per qualche settimana, per la paura, smisi di dormire.
Questo Strieber raccontava di come, durante la notte del [recuperare il libro e controllare date e luoghi] 19**, alcune creature aliene si introdussero in casa sua e lo rapirono.
Molto probabilmente, la lettura più sconvolgente e angosciante che abbia mai affrontato (non si tratta, qui, di discutere dei meriti letterari del libro. La mia suggestione per l’argomento era pressoché totale).
Ricordo che me ne stavo al letto, ogni notte, la luce gialla della lampada che proiettava sulle pareti l’ombra appuntita del libro che reggevo sul petto, trattenendo il respiro, e ripetendomi: non può essere vero, non può essere vero, non può essere vero…
Il libro, diversamente dalle videocassette, era… come posso dire? Coinvolgente. Pieno di esperienza umana.
Certe volte non riuscivo neanche a proseguire nella lettura.
Allora mi alzavo, e andavo da mio padre o da mia madre (mio fratello era piccolo, all’epoca doveva avere circa 9, 10 anni e poi non volevo spaventarlo) e raccontavo loro quello che stavo leggendo.
Loro, spaventati per me, mi suggerirono subito di smettere. Che, se mi spaventava così tanto, era meglio lasciar perdere…
“Va bene”, dissi, non proprio convinto. E me ne tornai a letto.
Solo che non riuscivo a prendere sonno. Mi giravo e rigiravo nel letto. A un certo punto fissai la copertina del libro.
Non l’avessi mai fatto!
Sopra c’era il disegno della testa “a goccia d’acqua rovesciata” (come si dice in “gergo”) di un alieno.
L’alieno che aveva rapito Whitley Strieber.
Sapete, quella brutta notte presi seriamente in considerazione la possibilità che potesse succedere anche a me. Di essere rapito, voglio dire.
Così passai molte delle notti seguenti insonne, con gli occhi sbarrati, pregando che non fossi io, il prossimo. Che non mi rapissero. E così fissavo il soffitto, tremavo per ogni fruscio, ogni scricchiolio, ogni cigolio (aggiungete pure altri suoni che finiscono per –io che tanto vanno bene lo stesso).
L’unica cosa che mi dava qualche speranza era sapere che su un campione di diecimila persone rapite nel mondo, solo il 3,4% erano ragazzi tra i 12 e 15 anni (ma, ad ogni modo, ero anche consapevole del fatto che nemmeno lo zero, zero zero periodico % di questi ragazzi aveva mai vissuto un’avventura come quella capitata ad un deficiente di dodici anni di nome Eliot, con un cane di nome Bruser incapace di afferrare un stupido frisbi al volo, e ricoverato in un centro studio NASA – per aver “saltato” circa 20 anni della sua vita – con un’infermiera carina come Sarah Jessica Parker che si occupa di lui**).
7.
Poi venne il 1995.
Un anno cruciale per l’ufologia moderna.
Un documentarista inglese, un certo Ray Santilli, annunciò, al mondo interno, di possedere due filmati, risalenti al 1947, e acquistati da un anziano cineoperatore americano la cui identità non è stata mai rivelata, che mostrerebbero le autopsie eseguite su due esseri alieni dalle chiare apparenze umanoidi.
Si tratterebbe, nientemeno, dell’equipaggio dell’UFO precipitato a Roswell, nel New Mexico, proprio in quegli anni.
Gran parte dei giornali, anche italiani, riportarono la notizia (da qualche parte conservo ancora l’articolo de “Il Mattino”).
Per la prima volta da quando m’era presa questa fissazione, potevo svestire i panni dello sfigato/alienato e indossare quelli dell’Autorità-In-Materia fornendo informazioni, delucidazioni e dettagli (anche raccapriccianti, ai quanti me li avessero richiesti), trasformandomi, da quell’alienato cronico, insonne e con la fissa delle astronavi, in quell’alienato cronico (sempre insonne e sempre con la fissa delle astronavi) che almeno serviva a qualcosa se in giro si parlava di UFO (tra l’altro, in quel periodo, Italia Uno mandò in onda le prime serie di X-files e molti dei miei amici si divertirono non poco a chiamarmi Moulder e facendo di me una specie di fenomeno da baraccone).
In quei giorni non mi perdevo un telegiornale e controllavo, meticolosamente, le trasmissioni di approfondimento in seconda e terza serata.
In tutta quella marea di (dis) informazione, le uniche cose serie e professionali che ancora ricordo, furono: un’intervista seria, e non scettica (perché, diversamente dagli inizi, a quel punto non accettavo più lo scetticismo a proposito degli UFO), di Gianni Minoli fatta a colui che possiamo tranquillamente considerare il maggior esperto di ufologia a livello nazionale e internazionale: Roberto Pinotti (tra l’altro fondatore del CUN); e una trasmissione di ben tre puntate, “Misteri”, condotta da Lorenza Foschini, tutta dedicata al caso Roswell (mandò in onda le immagini dell’autopsia precedute da questa scritta:
ATTENZIONE:
IL SEGUENTE FILMATO
MOSTRA SCENE DI UN’AUTOPSIA.
SE NE SCONSIGLIA LA VISIONE AI BAMBINI
E ALLE PERSONE IMPRESSIONABILI.)
Ma come spesso accade alle notizie di fatti insoliti (oggi invece pare che questa sorte capiti anche alle notizie che insolite non dovrebbero essere), il clamore passò e di Roswell non si parlò più.
Tutti gli ufologi – e io mi consideravo parte della categoria – erano da tempo in attesa di quella prova schiacciante che confermasse una volta e per sempre le loro oscure cospirazioni e invece… non c’erano più. Semplicemente, non facevano più ascolto.
Mi parve allora che, come me, si ritirarono dentro se stessi.
8.
Fu da allora che iniziai a non seguire più l’ufologia.
Ma gradualmente, come seguendo la discesa di una curva in un grafico.
I motivi? Beh, intanto, la mancanza di nuovo materiale da visionare.
Passai più volte in videoteca per controllare l’arrivo di altre cassette, ma… niente (però fui di nuovo in prima fila, nei cinema, quando uscì “Bagliori nel buio”, un, secondo me, buon film “di fantascienza” tratto dalla vera storia del rapimento di Travis Walton).
A questo bisognava aggiungere che i mensili di Ufologia che leggevo si stavano riempiendo di “spazzatura”. Pubblicavano ancora materiale interessante (come l’elenco delle personalità politiche e non che formavano l’ente governativo segreto Majestic 12), ma il resto***... non so: come se ad un certo punto avessi cominciato a vedere le smagliature nella rete gigante del Piano, in una sorta di “Pendolo di Foucault” per appassionati di Star Trek.
9.
Sapete, credo che sia stata questa mia ossessione per gli UFO a rendermi poco accattivante l’idea di leggere romanzi di fantascienza. Molto probabilmente perché il piacere che accompagna un lettore all’interno di una storia ambientata in un futuro immaginario (almeno credo; ma, allo stesso tempo, non credo che questo ne costituisca l’essenzialità) sia quello di poter proiettare il proprio ego in un mondo appartenente ad una realtà avvertita come nettamente disgiunta da quella “reale”.
Astronavi, motori anti-gravità, congegni che “vedono” nel futuro, pianeti abitati da altre intelligenze, decodificatori di linguaggio, armi laser… tutti luoghi comuni fantascientifici che quella serie di documentari mi aveva reso ben poco “immaginari” (abbastanza da provare sollievo ogni volta che mi accorgevo di non trovare alcun segno di missing time**** nelle mie giornate…).
La fantascienza aveva perciò smarrito, almeno per me, quel suo fascino di letteratura di evasione.
Questo, tuttavia, non mi ha impedito di leggere i racconti e i romanzi di grandi scrittori come Asimov e Dick (il primo, tutto preso dal gioco dell’intelligenza umana; il secondo, paranoicamente attratto dall’idea del doppio e delle realtà parallele).
Ma si tratta, innanzitutto, di grandi scrittori, non di “semplici” scrittori di fantascienza. Portatori di un proprio messaggio, di una propria idea di fantascienza, che va ben al di là del puro piacere di leggere il proprio “genere” preferito.
Purtroppo c’era da dire che la mitica collana Urania Mondatori, di scrittori del genere, ne presentava (davvero) pochi.
Lo stesso vale per Star Trek.
Io mi rifiutavo categoricamente di credere all’esistenza di quell’“ideale” di fantascienza, con i suoi alieni “che parlano tutti in inglese” (come disse lo stesso Dick). E questo perché io le avevo già viste le astronavi. Sapevo come erano fatte, sapevo perché oscillavano nello spazio, sapevo da quali costellazioni provenivano…
Non parliamo poi di quando andai a vedere “Indipendence Day” al cinema... Un obbrobrio!
Cos’erano quei dischi spaziali? E gli alieni precipitati a Roswell? Guardate che non erano mica così! E io lo so perché ho viste le loro autopsie! Cos’è poi questa storia ridicola del computer? Mi volete far credere che adesso un’Astronave Madre Aliena utilizza uno stesso Sistema Operativo Informatico Terrestre? Ma gli sceneggiatori di Hollywood, quelli pagati una marea di quattrini, non lo sanno forse che gli alieni usano un tipo di scrittura molto simile al greco antico?
Non ci siamo ragazzi, non ci siamo…
10.
E ora pensate a come questa mia “passione” per gli UFO abbia drasticamente ridotto i confini che prima definivano quello che, per me, era e non era la “realtà”. E trasferite questo stesso ragionamento sull’immaginario di noi tutti, quello collettivo (che si costituisce, magari in minima parte, anche grazie ai telegiornali o alla lettura dei quotidiani).
Senza tirare in ballo film o romanzi, i titoli di molti articoli di giornale , oggi, riportano sempre più spesso notizie che vedono concretizzarsi i sogni fantascientifici del passato.
Sono notizie, queste, che in un certo senso fanno un gran male: la scienza è (sta per diventare) fantascienza.
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Note
*E’ una foto scattata da Meier quella del poster “I WANT TO BELIEVE” che l’agente Fox Moulder di X-Files tiene nel suo ufficio (e che io tengo su una parte della mia camera!).
**Quelli che hanno visto il film “NAVIGATOR” sanno di cosa sto parlando.
***(tanto per farvi un esempio) Alcuni ufologi sono pronti a sostenere che la vera causa dell’uccisione del presidente americano John Fitzgerald Kennedy è stata la sua decisione di diffondere al popolo americano la verità riguardo all’esistenza degli extraterrestri.
**** Il missing time è una, letterale, “perdita di tempo” che tutti i soggetti rapiti dagli extraterrestri riscontrano nel loro normale corso temporale.
***** E’ di qualche anno fa la notizia dell’esperimento riuscito di un elettrone “teletrasportato”.
OGGI: miscellanea
Ma secondo voi, uno che appena finito di ascoltare "Wo die schonen Trompeten blasen" ("Dove suonano le belle trombe"), che è un lieder di Gustav Mahler contenuto nel ciclo "Des Knaben Wunderhorn" ("Il corno meraviglioso del fanciullo") -- una raccolta di canzoni popolari tedesche pubblicata da Achim von Arnim e Clemens von Brentano nei primi anni dell'Ottocento -- dicevo, uno che ha appena finito di ascoltare tutta 'sta roba e poi si mette ad ascoltare "Good Vibration" ("Buone Vibrazioni") dei BEACH BOYS, secondo voi, come può stare?






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